La guerra… deve far freddo a combattere dove cresce il grano: quella volta nell’isba

La guerra… deve far freddo a combattere dove cresce il grano: quella volta nell’isba

20 Febbraio 2022 0 Di Lidano Grassucci

Che la guerra è bella, anche se fa male
Che torneremo ancora a cantare
E a farci fare l’amore
L’amore dalle infermiere

Come è grande la steppa, infinita, pare un mare. Un mare di grano quando c’è la pace del contadino. Un campo pieno di niente quando l’ira si fa funesta.

Un giorno, tanti anni fa, in una osteria di Bassiano due vecchi ricordavano la guerra: “la Russia t’è n’estensione terribile…”. L’altro rispondeva “ma l’Olanda te più abitanti è più densa”.

E la Russia si fa memoria: “i ci so stato alla Russia, ohi che erno cattivi i cosacchi co la scimitatta. Ci attaccorno io me agguatai a na buca e da lontano so riconosciuto Bruschi e so uriato: scappa scappa ca no rivedemo Bassiano nostra”.

Eravamo andati a invadere un paese che era 60 volte più grande del nostro, un paese dove cresce il grano.

Ora si sente ancora lì giù la mitraglia, lì ancora noi cominciamo a dire come si fa ad esser giusti e loro hanno un’altra idea di giustizia.

Fare la guerra nei campi di grano invece che fare farina e pane, che cosa cretina. Rigoni Stern ricorda quella gente, era alpino, era invasore ma era anche contadino come quella gente e tra poveri tribolati ci si conosce:

Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj1, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio.
Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba2, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta3, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.
Così è successo questo fatto

Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve

Questa è una storia che ci riguarda, ci ha riguardato. Li giù dove cresce il grano noi portammo tempesta e odio, oggi è nostro dovere cercare di capire e di non ricominciare con quell’aria da portatori di verità che non ci sono

E chiudo con le parole di Rigoni Stern

In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini