Peppino Tucci, un eroe civile di Littoria
20 Febbraio 2022 1 Di Emilio AndreoliLittoria 11 febbraio 1944
Attesto che il signor Tucci Giuseppe dal 25 gennaio all’11 febbraio 1944, durante i bombardamenti e lo sfollamento di Littoria, ha collaborato volontariamente, con ogni abnegazione e con straordinaria audacia e sprezzo del pericolo, che fossero alleviate alla popolazione, costretta nei rifugi, il disagio e le conseguenti privazioni. Egli soccorse i feriti, trasportandoli all’ospedale, organizzò servizi, diede esempio di coraggio e di umana solidarietà.
In fede e per grata testimonianza
Ft. Il ff. Vice Prefetto
Stanislao Migliorini
Mi è giunto tra le mani questo documento, contenuto in un libro dal titolo “Ricordi” scritto da Giuseppe Tucci, stampato a San Cristobal–Venezuela nel 1995, ne esiste anche una versione in lingua spagnola pubblicata prima di questa. Sono rimasto molto colpito dalle testimonianze dell’autore, che ho potuto leggere grazie ad Adriana Vitali Veronese in possesso di questa rara pubblicazione. A lei è giunta nel 1996, dagli Stati Uniti, proprio da chi lo ha scritto. Il libro, autobiografico, racconta la sua vita fino gli anni dolorosi della guerra e in particolare i giorni terribili vissuti a Littoria durante e dopo lo sbarco di Anzio.

Il libro di Giuseppe Tucci
Ma andiamo per ordine: Giuseppe Tucci, che tutti chiameranno Peppino, nasce a Strongoli in provincia di Crotone il 20 dicembre del 1923. Suo papà Francesco è geometra e nell’agosto del 1932 viene assunto, nella Direzione Lavori Agro Pontino dall’Opera Nazionale Combattenti. Nell’autunno dello stesso anno si farà raggiungere da tutta la famiglia a Cisterna di Roma (oggi Cisterna di Latina), dove alloggia per un breve periodo. Appena terminata Littoria si trasferiscono in Piazza Savoia (oggi Piazza San Marco) all’angolo opposto della farmacia del dottor Ruggeri (farmacia San Marco) e successivamente in via Duca del Mare.
A Littoria trascorre la fanciullezza serenamente, gioca con i suoi nuovi amici e amiche, con le figlie del dottor Rossetti, Annamaria e Rossana, le due sorelle Wiquel, i fratelli Catania e altri ancora, oltre alle sorelle Laura e Maria e al fratello maggiore Corrado. Intanto vede crescere la città con nuovi negozi e attività artigiane. Con l’arrivo di altre famiglie, da tutte le regioni d’Italia, la lista degli amici si fa sempre più numerosa. L’adolescenza è spensierata anche se iniziano a soffiare venti di guerra. Passeggiate in bicicletta al Fogliano, Torre Astura, nei borghi, e l’estate a Foce Verde e Capo Portiere.

Peppino Tucci in una battuta di caccia al lago di Fogliano
La guerra a Littoria raccontata da Peppino Tucci
Cercherò di riassumere quei giorni terribili della guerra a Littoria, raccontati e descritti con dovizia di particolari da Peppino Tucci. Proverò a farlo in prima persona con i suoi occhi, per cercare di rendere il racconto più coinvolgente. Le sue parole ci accompagneranno nei luoghi della città dove sono descritte scene molto crude e dolorose. Luoghi in cui oggi camminiamo, frequentiamo, e neanche lontanamente immaginiamo cosa sia potuto accadere nella nostra città in quei primi mesi del 1944. Spero che le testimonianze che sto raccogliendo, in questo mio percorso di narratore, possano giungere alle nuove generazioni.
<<Stavo osservando la scena con il cannocchiale, quando vidi salire fumo bianco dai cannoni delle navi ancorate al largo di Nettuno, dopo qualche decimo di secondo si udirono laceranti sibili e lo scoppio di granate sulla nostra città. Un ufficiale dei carabinieri uscì dall’auto e ci gridò di scendere nei rifugi. Poi corse verso l’angolo di Piazza Savoia dove c’era un assembramento di persone che già correvano terrorizzate. L’auto venne colpita da una granata e vidi una grande fumata e poi ci fu lo scoppio.
Terminato l’inferno che durò circa un quarto d’ora, da piazza Savoia corsi a casa in via Duca del Mare. Con grande sollievo vidi mia madre e le mie sorelle illese. Anche a casa di mia zia Italia erano tutti salvi. Li convinsi però a riunirsi a casa nostra. Poi andai con la mia amica Silvana ad aiutare i feriti che si trascinavano in mezzo le strade per raggiungere l’ospedale, dove c’era la sala adibita a deposito di cadaveri. Due corpi mutilati erano sui banchi di cemento, gli altri giacevano al suolo intriso di sangue. Dalla radio apprendemmo che erano state colpite anche Cisterna e Aprilia.

Il palazzo “M” come era prima della guerra (foto recuperata da Gianmarco Montemurro)
Avevamo capito che gli alleati volevano conquistare Littoria, anche se non strategica. E quindi avrebbero di nuovo colpito la città. Per stare più protetti decidemmo di rifugiarci al Palazzo “M”. Da casa portammo il necessario a più riprese, ci accompagnarono anche le suore. Feci sistemare la mia famiglia sotto la torre, vicino la gabbia dell’ascensore. Avvisai anche la famiglia di Annetta Amodio, decisero di trasferirsi anche loro e con Tonino ci aiutammo per il trasloco.
A fine sera al Palazzo “M” eravamo tutti ben sistemati. Si erano uniti a noi anche le suore, la dottoressa e i bambini del brefotrofio. Arrivarono altre famiglie, tra le quali una di coloni che si sistemò nella parte sottostante l’entrata dell’edificio non essendoci più posto sotto la torre. Li avvisai che non era un luogo sicuro perché protetto solo da una soletta di cemento armato, ma non mi ascoltarono. Fortunatamente si unì a noi anche Gino Celi che aveva saputo dove stavamo. Così almeno eravamo in tre ad aiutare gli ospiti del rifugio.
Il problema principale erano i bambini del brefotrofio, il latte in polvere che ci avevano portato le infermiere e le suore era finito e a nulla servivano i biberon con farina di frumento o avena. Il pianto di trenta bambini era un tormento. Le suore invece pregavano e piangevano. Tonino, Gino ed io, decidemmo di uscire a cercare nei pochi negozi aperti qualcosa per i bambini. Ci eravamo divisi, a zig zag e accucciato proseguii da solo, proteggendomi di portone in portone.
Mi diressi in Piazza Savoia per andare nella farmacia del dottor Ruggeri, nel pavimento antistante c’era una scarpa con parte di una gamba, probabilmente erano i resti dello scoppio dell’auto dei carabinieri. All’interno tutti gli armadi erano caduti e un odore penetrante di canfora invadeva tutto il locale. Il pavimento era appiccicoso per gli sciroppi versati dalle bottiglie rotte. In un sacco riuscii a mettere latte in polvere, alimenti per i bambini, medicinali, alcol e garze, fino a riempirlo tutto.
Tornai al rifugio e consegnai il tutto alle suore che piangendo non sapevano come ringraziarmi, mentre la pediatra, direttrice del brefotrofio, piangeva in preda al panico. Riuscii di nuovo per recuperare dell’altro cibo, la stessa cosa fecero i miei amici. A sera eravamo stremati, ma felici. Gli altri rifugiati ci subissarono di domande sullo stato delle case. Sopraggiunse la prima notte e cercammo di dormire sui materassi poggiati per terra, ci coprimmo bene per difenderci dalla bassa temperatura invernale. Intanto dal mare si sentivano partire le bordate, con un boato cupo e lungo. Dopo un interminabile silenzio, laceranti esplosioni squarciavano le pareti e la torre del palazzo.

Il palazzo “M” colpito dalle cannonate americane arrivate dal mare
Il rumore delle esplosioni mi turbava, ma poi tornavo a dormire, nel rifugio mi sentivo sicuro. Avevamo recuperato pure del vino che bevemmo tutti insieme, conciliava il sonno. Ma a mezzanotte un’esplosione assordante e una folata d’aria calda, con un acre odore di polvere combusta, ci svegliò d’improvviso. Non si respirava e qualcuno gridò che era gas. Le persone scapparono ammassandosi all’uscita, io cercai di mantenere la calma e badai alla mia famiglia recuperando dei fazzoletti imbevuti di acqua, da mettere davanti al viso. Poi io, Gino e Tonino cercammo di convincere le persone a tornare nel rifugio, perché le bombe continuavano a cadere sulle case vicine.
Nel rientrare sentimmo lamenti di varie persone e quindi andai con Gino con una candela verso di loro. Sotto il portico d’entrata del palazzo, si presentò uno spettacolo agghiacciante sotto i nostri occhi. Per terra corpi straziati, nelle pareti chiazze di sangue ovunque e brandelli umani. Una granata era penetrata nel rifugio scoppiando sul pavimento causando una carneficina. Arrivò anche Tonino e insieme cercammo fra i corpi quelli che davano segni di vita. Le scarpe si appiccicavano sul sangue viscoso che copriva il pavimento. Un anziano gridò: “Aiutatemi! le mie gambe” quando tentammo di prenderlo io e Gino, il corpo cadde e le gambe mi rimasero nelle mie mani.
Trovammo una giovane signora ferita che teneva il suo bimbo tra le braccia, ma per lui non c’era più nulla da fare. Solo altri tre portammo in salvo, i morti erano circa una ventina tra i quali otto membri della famiglia Gennaro a cui apparteneva la signora con il bambino. Mia madre, mia zia, sorelle e cugine con abnegazione che non immaginavo, curarono i feriti per tutta la notte. Il giorno dopo passò una pattuglia tedesca e Gino Celi si spacciò per medico per non essere preso, ma loro cercavano proprio un medico e se lo portarono via. Riuscì poi a fuggire. La dottoressa del brefotrofio invece era inebetita e ci disse che non se la sentiva di darci una mano, adducendo che lei era una pediatra e non sopportava il sangue.

Un’ala del palazzo “M” dopo la guerra
Nel frattempo sia casa mia che quella di mia zia erano state depredate dagli sciacalli tedeschi o italiani. Nelle dispense non trovai nulla da portare nel rifugio dove non era rimasto neanche il vino, la botte che lo conteneva era stata anch’essa colpita. Decisi di andare in prefettura a chiedere aiuto almeno per il cibo, ma il Vice Prefetto Stanislao Migliorini non potette fare nulla e sconsolato tornai al rifugio. Tonino invece partì a piedi per Roma e dopo due giorni arrivarono varie ambulanze della Croce Rossa, che caricarono i feriti, le monache, le infermiere e i bambini del brefotrofio, grazie alla tregua di poche ore stabilita dalle parti.
Al rifugio rimanemmo in pochi, ma tutti sani. Rimasero con noi anche le religiose del giardino d’infanzia. La fame era tanta e allora proposi di inoltrarci per la campagna alla ricerca di verdura, aderirono in pochi perché la paura era tanta. Insieme a me vennero le mie sorelle, le mie cugine Ketty e Iole, Annetta Amodio ed il capitano. Nei poderi abbandonati c’erano le galline, ma impossibili da prendere, raccogliemmo cicoria, lattuga, cavoli e tutti gli altri ortaggi commestibili.
Passando davanti a una stalla il miracolo: vedemmo un vitello sfuggito evidentemente ai tedeschi. Il capitano sparò qualche colpo, ma la mira non era il suo forte. L’animale poveretto era solo ferito. Tirai fuori la mia Beretta e sparai un colpo solo. Fatto a pezzi lo portammo al rifugio per attenuare la fame. I cadaveri rimasti lì iniziavano a emanare cattivo odore e quindi decidemmo di scavare una fossa dietro il Palazzo “M”, ma la terra era durissima e in più eravamo troppo esposti, dopo pochi minuti iniziarono pure a sparare.
Strisciando al suolo rientrammo. Alla fine decidemmo di murare i cadaveri in una stanza del rifugio. Nel trasporto dei cadaveri mi veniva da piangere. Al termine del macabro lavoro scrivemmo sulla parete <<Qui giacciono i corpi di venti civili morti nella notte del 25 gennaio nel rifugio del Palazzo “M”>>
Senza rendercene conto erano trascorsi sedici giorni dal primo bombardamento. Quelle poche volte che uscivo dal rifugio per procurare cibo, percorrevo le via della città e quando passava qualche pattuglia tedesca mi nascondevo nei portoni o nei negozi. Vedevo cadaveri insepolti e mi fermavo a controllare se fosse qualche amico o conoscente. L’unico conforto che potevo dare era la recita di un requiem.
Sulle pareti dei palazzi erano affissi dei manifesti degli occupanti tedeschi, che ci davano tempo fino all’11 di febbraio per evacuare la città. Convinsi mia mamma e lasciammo definitivamente il rifugio, e riparammo nel podere della famiglia Turcato alla Molella. La guerra stava per finire… Littoria fu ed è stata per tutta la vita la mia amata e indimenticabile città>>
Tratto dal libro “Ricordi” di Giuseppe Tucci

In Piazza Savoia il negozio “Branca” a sx Margherita Branca, mamma di Peppino Tucci e a dx la zia Italia
Peppino Tucci, alla fine degli anni cinquanta emigrò, come tanti italiani, in Venezuela, ma ogni anno tornò nella sua città, a trovare parenti e amici. Ebbe una vita avventurosa sia nel lavoro che sentimentale, un vero personaggio. Non sono riuscito a sapere l’anno della sua morte, ma forse certe persone non muoiono mai… sono gli eroi che non ti aspetti e che vale la pena ricordare.
Ringrazio l’amico Ennio Squarcia, che mi ha dato la possibilità di ricordare e raccontare Peppino Tucci, cugino di sua mamma Iolanda.
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Info sull'autore
Nato a Latina, giornalista, scrittore e blogger, ha pubblicato diversi libri di narrativa, cronaca e biografici. Fondatore del gruppo Facebook più seguito della città: “Sei di Latina se la ami” e un altro dedicato all’arte: “Cultura pontina”. Ha sempre coltivato la passione per il giornalismo. Il suo motto: “Si invecchia quando si smette di sognare”.



Caro Emilio
Ti ringrazio per questo articolo. Non sai quanta emozione mi dai per raccontare e condividere un po’ la vita di il mio padre.
Fino alla fine è stato un uomo straordinario.
Grazie mille da parte mia e tutta la famiglia
Maria Elizabeth Tucci