L’oro di Gustav Klimt
21 Febbraio 2022Quando le foglie cadono paiono di un colore dorato, paiono gioielli. Cadono le foglie, dopo che la gloria iniziata a primavera si è goduta l’estate. Gustav Klimt legge e scrive una Vienna che si avvia ad essere da capitale elegante di un impero lungo un fiume a città troppo grande di uno statino montano. Klimt legge questo farsi marrone delle foglie e fa oro intorno a figure umane che si fanno eteree, come in una Bisanzio senza mare.
Una decadenza che non ha visioni fuori e allora si fa psicanalisi del dentro, schiacciati dal peso di essere alienati del nostro fuori. I visi sono quasi sempre soffocati e gli abbracci si fanno rifugio. Dentro si cerca quell’amore che ha bisogno di fuori, di altro, dell’altro, e l’abbraccio lo vuole inglobare.
Difficile leggere un’arte dentro la civiltà che si faceva di macchine, che rendeva standard il vivere. La luce l’oro la ruba e ne restituisce solo un poco: l’oro è un sole vanesio.
Qui le facce si fanno malinconia, i muscoli sono sofisticata ingegneria dell’uomo che torna al suo corpo in contrasto alle donne che hanno nell’oro il ponte dell’anima.
Impressioni dentro un modo che si stringe, un Danubio che muta poco più in là, che pare rallenti qui per nostalgia di un Europa che non è più la sua.
Guardare questa eleganza così pura e così sola. Già l’oro che soffocò Mida che non ne poteva più di quella disgraziata fortuna di fare oro di ogni cosa, ma non di oro si nutre il corpo, non di oro ha bisogno l’anima. Ma quanto è bello l’oro


