L’amica geniale e il racconto dentro, Elena Ferrante e la capriola del lettore protagonista
22 Febbraio 2022Guardo in tv “La mia amica geniale” la fiction (lo sceneggiato) basato sul racconto di Elena Ferrante che va in onda su Rai 1, ne soffro un poco.
Soffro gli spazi, soffro il lessico familiare, soffro la complessità dell’amicizia. Soffro forse di un tempo mio, del tempo mio. Soffro le difficoltà, soffro i compromessi della vita, soffro gli intrecci.
La storia è di due ragazze, ma sento che, con differenze forse così profonde da essere sottili, c’è un poco (o tanto?) la vita che ho avuto intorno.
La mia città era un quartiere, la mia fuga la fuga di quei tempi in cui i libri, come i sogni, erano a colori e la tv in bianco e nero, oggi ho libri macchie di inchiostro nero su foglio bianco e la tv è a colori. Dentro questa vita figure che sono mostruose, ma non di mostri mostri, ma di uomini che hanno dentro una loro mostruosità.
Il racconto non è una storia di nostalgia, come si può essere nostalgici di una fuga, non è una testimonianza di storia, non è immaginifico è… un racconto dei dentro che abbiamo.
Ho avuto amici geniali, ma poi camminavano scalzi sui sassi con gli zoccoli in mano e non mi pareva una genialata. Poi parlavano di cose supreme, ma gli è rimasta di Suprema solo una marca di mortadella con il pistacchio dentro.
Ecco, non è un’epopea. Non è epica, non è lirica e anche negli anni in cui pensavano di essere la migliore gioventù, non scrivevamo la storia ma una drammatica sua parodia.
Soffro, che di tanto in tanto fuggo via. Ma rivedo mia zia che mi portava al lido, per fare il mare, accompagnare giochi di villeggiatura con mia cugina che dovevamo imparare insieme a stare soli per quanta folla c’era intorno a noi. Dovevamo imparare la differenza tra la forma dell’affetto e il suo dono vero che non c’era.
Soffro di pagine di giornale e di quando tifavo per l’errore che faceva un gran rumore di bombe e deridevo ogni ragione che era ragionevole ma senza alcuna follia.
Follia di scrivere qualcosa di diverso da “ti dono una rosa”. I mostri dentro di me e intorno ritornavano tutti santi. Anche l’amico geniale si faceva banale e la sua rivoluzione diventava imitazione di banalità (ed è una morte un poco peggiore).
Come quelle ragazze le ho perdute tutte. Ho perduto anche le fughe e non leggo quasi più che non vedo da vicino, e mi salta la riga del libro, come fosse tempo di prigione e mi hanno tanato il mezzo per la fuga.
Io che ho viaggiato in ogni libro che sono stato, in ogni film che ho guardato, e ora mi stanco forte e non sento la mia voce “a mente” che legge e nei film mi perdo nella trama e tramo con i miei ricordi come in questo scritto su un film che non ho visto, ma ho vissuto anche se era in tv.
Vissuto che poi scopri che il genio dell’amico per l’amico eri tu, per te era lui ma avevamo bisogno l’un dell’altro come ora ne coltivo il ricordo.
Il tempo passa, ho le mani sporche di tempo, e la coscienza non è da meno. Di certo è tempo fatto di corsa, tempo che stanca. E’ mattina presto il sole sorge, tempo da scrivere.


