Quel James Joice che si fa “tradurre” da un pontino, Enrico Terrinoni

Quel James Joice che si fa “tradurre” da un pontino, Enrico Terrinoni

15 Aprile 2022 0 Di Davide FacilePenna

Papà James che detestava Roma (forse).

Latina è Città che non ha avuto per anni un assessore alla cultura. Del resto è, anche, Capoluogo di Provincia senza Teatro Comunale dal 2015 e che riesce pure a perdere, con serenità, 4 milioni di euro per la ristrutturazione e messa in sicurezza delle scuole locali.
Eppure, questa realtà in cui si chiacchiera tanto di cultura ma poco si fa di concreto in merito, ha visto uscire da quelle stesse scuole dimenticate alcune importanti figure dell’attuale panorama culturale nazionale.
Uno, in particolare, Enrico Terrinoni, ha frequentato il Liceo Classico Dante Alighieri negli stessi anni dello zuccone che scrive. Enrico Terrinoni fa il professore universitario di Letteratura Inglese
all’ Università per Stranieri di Perugia. E’ uno dei docenti più apprezzati e stimati nel suo settore. Infatti non partecipa, come figurante, a nessun talk show televisivo per alzare l’audience sparando sonore boiate su tutto l’universo mondo.
Esperto d’Irlanda, è, anche, amico personale del Presidente Michael Daniel Higgins. Soprattutto è, in Italia, uno dei maggiori conoscitori e traduttori di James Joyce. Tanto per dire, ha tradotto sia L’Ulisse che i libri III e IV del Finnegans
Wake;  questi ultimi due insieme ad un altro pontino uscito dal Dante Alighieri, Fabio Pedone.
Ultimamente ha scritto un saggio per Feltrinelli che sta in testa alle classifiche di vendita: Su tutti i vivi e i morti – Joyce a Roma. Terrinoni racconta un Joyce che nemmeno lo stesso scrittore irlandese ha voluto raccontare.
Il Joyce che è vissuto a Roma dall’agosto 1906 al marzo 1907. Dell’autore di Dubliners è noto che visse ed amò visceralmente Trieste, città in cui conobbe ed ispirò un altro gigante della letteratura, Italo Svevo.
Poco invece si conosce dei sette mesi e sette giorni che trascorse a Roma. Enrico Terrinoni li ricostruisce attraverso le lettere che Joyce scambia coi i parenti a Dublino ed attraverso i riferimenti che emergono dalle opere scritte in seguito.
Un periodo terribile per lo scrittore che, forse, come capita a tutti, associò le proprie difficoltà al posto in cui si trovava a vivere. Un periodo fatto di solitudine e miseria. Un periodo in cui si scontrò coi propri mostri e le proprie paure e si confrontò con questioni familiari e personali irrisolte.

Eppure, dice Terrinoni, è stato proprio in quel momento che hanno preso forma personaggi ed atmosfere che poi sono finite nei suoi capolavori: Ulysses, Finnegans Wake, Stephen Hero. Personalmente ci vedo anche qualcos’altro. Ci vedo, in quell’esperienza fatta di sofferenza e patimenti, la nascita di qualcosa di diverso. La nascita di quello che Joyce è stato davvero, l’intellettuale europeo moderno. Un figlio prediletto della nostra realtà, fatta di scontri e continue contraddizioni.
Fatta di tensione permanente tra dimensione religione e dimensione laica. Fatta di un eterno tiramolla tra le nostre identità regionali, nazionali e continentale. Una realtà di lingue nazionali che si mischiano tra di loro nella pratica di vita
quotidiana e vengono poi meravigliosamente alterate dai dialetti, creando parole sempre nuove; un po’ come succede proprio nell’Ulisse. Se si dovesse scegliere un padre della patria europea non potrei non pensare a quel Joyce che esce barcollante dalle osterie romane. Irlandese, ma pure triestino. Cattolico, ma anche socialista. Impiegato di banca, ma anarchico. Rozzamente geloso e perbenista rispetto ai presunti tradimenti (passati) della moglie, ma anche adoratore del degenerato omosessuale Oscar Wilde.
Oggi noi europei viviamo periodi cupi. A poche centinaia di chilometri da Trieste (guarda un po’) impazza una feroce
guerra. Sembriamo un vaso d’argilla tra vasi di ferro. Qualche feroce omino, forse, crede che possiamo essere la prateria per le sue intemerate, perché ci considera degenerati, ubriaconi e privi di midollo. Molti profeti di sventura già hanno predetto la nostra fine. Forse è la volta buona che mi decido a leggere quell’Ulisse che da anni espongo boriosamente nella libreria di casa e cerco di capire come si possano far spuntare i fiori dal letame. Slàinte Papà James.