Nato l’8.8 di tanto tempo fa e come preparasti l’uscita (dedicato a mio padre)

Nato l’8.8 di tanto tempo fa e come preparasti l’uscita (dedicato a mio padre)

7 Agosto 2022 0 Di Lidano Grassucci

Van Loon viveva e io lo credevo morto o (peggio) inutile,
solo per la distanza fra i suoi miti diversi e la mia giovinezza
e superbia d’allora, la mia ignoranza;
che ne sapevo quanto avesse navigato
con il coraggio di un Caboto fra le schiume
di ogni suo giorno, e che uno squalo
è diventato, giorno per giorno, pesce di fiume.

Francesco Guccini, Van Loon

Dire ora, facile forse. Dirsi allora era difficile. Oggi, un oggi di tanto tempo fa, venivi qui a farti il tuo giro di giostra che senza non ci sarebbe il mio. 8.8.1931 un tempo infinito fa, destinato ad essere unico e quell’unico ti si appiccica addosso, di padre in figlio.

Ora che sono come eri mi accorgo di come sarò. Non eri mai solo, che confusione, mille goliardie, mille scherzi audaci, mille avventure e anche di più.

Poi, poi non ne avevi più. Come se avessi consumato il tuo e restava il respiro. Già il respiro che poi è la cosa che alla fine finisce e così finisce tutto.

Come parlarci te ed io, tu che eri uscito da una periferia dove vivere era sopravvivere io, io che mi avevi tolto gli ostacoli davanti per farmi fare i 100 metri senza saltare, augurandoti che fossi diverso da te, per quanto mi avevi fatto eguale e questo lo sai da te.
Poi la differenza era anche nelle parole come non si conviene e cosa volevi capire, non c’era da capire. Così diversi allora così eguali ora. Gli amici passavano ti chiamavano e tu… non partivi. Non partivi per le mille volte che eri partito, l’ultima volta ho cercato di dire a te che non c’eri mai stato “vai”, mi hai guardato con quegli occhi così azzurri da essere già mare, e se andato ma hai chiesto “di tornare presto”. Ho insistito “ma perché, stai quanto stai”. Mi hai risposto “aspetta”.
Aspetta, tu che non sapevi aspettare che arrivavi dopo ogni alba e forse in anticipo solo col prossimo tramonto. Nonno, ti guardava dalla finestra, e segnava l’ora piccola conquistata “questa l’ora di radduce”. Lui non rispondeva, si è figli per sempre, finché il sempre è presente.
Ora? Così va la sorte il tempo cambia il mazzo di carte, il giro della mano.
Era ancora giorno e sei tornato, hai ringraziato tutti per il viaggio e ti sei ritirato. Come i cavalli purosangue che dopo gran premi, corse a togliere il fiato e dopo aver disarcionato il fatino attendono il destino che ha l’appuntamento preciso, non un minuto in meno nessuno in più.
Dolcemente uscire dalla scena di quel teatro dell’arte che è l’osteria, che è la vita non più mia.
Si chiamava Antonio Grassucci, faceva della vita la corsa per conto suo. Era mio padre nato l’8.8. del 1931. Questo è il fiore che gli porto finché lo ricordo, poi… poi finito questo non ci sarai veramente più.
Il fiore? Te lo porto rosso e sai perché, ma col gambo lungo così vedi la pianta come hanno bisogno i contadini come te, si una rosa che è l’unico capace di abbraccio
A dimenticavo la foto, ti ho messo quella che eri prepotente della tua gioventù, io ne ho altre eguali