Latina/ Il commissario Valente vorrebbe pacificare, ma la vera sfida è nell’odio per odiare
1 Ottobre 2022Questo pezzo lo dedico a Massimo Focaccia, il gestore del bar del Circolo di Latina, per questo l’ho scritto pensando a Latina
Puoi vivere in odio di qualcuno o in cerca del tuo talento. I miseri odiano
Il commissario prefettizio, Carmine Valente, chiamato a guidare Latina ha parlato, insediandosi, di bisogno di pacificazione cittadina.
Naturalmente non concordo con lui, amo il conflitto, amo lo scontro. Ma, detto questo, colgo nel suo monito un non detto, un sentimento che sta nell’animo profondo della città: la stanchezza verso l’odio. L’odio è differente rispetto alla pace, perché non prevede il finire, l’odio non ha pace.
Ogni guerra ha il suo epilogo, l’odio si fa faida, l’odio persevera, pervade, fa brutta ogni bellezza.
Latina è stata pervada da odio, l’odio di chi doveva vendicarsi, l’odio di ci voleva riscattarsi, l’odio di chi voleva dare il tormento a chi era “non lui”. La città che era di opportunità si è fatta di negazione: Damiano Coletta nega Vincenzo Zaccheo ma Zaccheo non è da meno verso Coletta. E la politica si è polarizzata su due rancori, non è scesa nella modestia di cercare nell’altro qualcosa della propria umanità. Anzi, l’umanità è stata bandita. L’altro non era neanche uomo.
Avete notato qui non si ride più, gli uomini pubblici di Latina per fare i seri sono diventati tristi.
Sull’Amba Alagi, era l’ultimo baluardo di resistenza degli italiani in Africa Orientale, i nostri resistettero fino alla fine delle munizioni, poi… Li comandava Amedeo D’Aosta, 7000 italiani contro 41 mila inglesi. Combatterono, ma alla fine: gli inglesi li fecero sfilare con le loro armi rendendogli onore. Si combattevano, ferocemente, ma non si odiavano. Si riconoscevano ciascuno nella sua ragione, ma non pensavano che l’altro non avesse il medesimo cuore.
Battere l’odio è la vera sfida di questa città che a forza di odiare si odia.
Scrivo della politica di Latina dal 1987, ininterrottamente, ogni giorno che il Signore, nella sua misericordia, ha mandato qui. Ho scritto di meteore e di leader, di idee e di ideologie (di tutte, fedele alla mia), sapete dove ho trovato l’animo della città?
In un signore che faceva i caffè al circolo cittadino, si chiamava Massimo Focaccia, era uno che faceva i caffè, rispettava tutti nella sua dignità, viveva del suo e non chiedeva, non giudicava, salutava. Ogni giorno alle 6.30 apriva, per i soci e la città, faceva caffè per il giorno che veniva. Poi la sera chiudeva per il tempo che era stato. Non chiedeva, voleva vivere prendendo dal meglio che era intorno. Non odiava, non lo sapeva fare, e quando ha fatto l’incidente che lo ha portato alla morte si è preoccupato prima di tutto degli altri, ha chiesto se gli altri si erano fatti male.
Eccola Latina, quella di cui non scriviamo, quella che rispetta l’amore in odio dell’odio.
Sulla locandina del giornale c’è la parola “pacificare”, a me piace tanto quella di amare e badate l’amore non è ebete perdersi nell’altro è sfidarsi per rendersi degno dell’altro.
Ma questo è un altro discorso.
PS: Massimo veniva da quei montanari costretti al piano, un piano infido dove se non ti aiutavi eri già morto davanti ad un altro morto e dove la prepotenza non era ammessa mai. Qui Golia sapeva della forza di Davide, ora si sentono tutti Golia.
Nella foto: Ade il dio degli inferi


