Giacomo Matteotti, dieci giugno ventiquattro. Quella scomoda storia socialista

Giacomo Matteotti, dieci giugno ventiquattro. Quella scomoda storia socialista

15 Gennaio 2023 0 Di Lidano Grassucci

La sacra immortale libertà: per essa il socialismo vivrà, senza essa non sarà.

Filippo Turati

Questo pezzo per me non è facile, quindi il mio giudizio sarà da coinvolto, da parte della storia nella sua dimensione di rimozione che di fatto di questa storia si è fatto. Scomodo il personaggio: Giacomo Matteotti, era socialista. Scomoda la storia: l’opposizione al fascismo fatto da socialisti, da riformisti, mentre i puri pensavano ad altro, storia socialista. Scomoda l’ omicidio, l’omicidio di un uomo e il socialismo è solo umano.

Quindi mi tolgo il cappello davanti a Giancarlo Loffarelli che ha portato a teatro la vicenda di Giacomo Matteotti e nella storia non lesina mai su quella parola che a sinistra pare quasi bandita per quanto è bella per chi ha quella fede, socialismo.

Tema attuale: Elly Schlein, una delle candidate alla guida del Pd, rivendica le sue radici nel congresso di Livorno, gli replica Bonaccini, suo competitor, che il suo panteon è Gramsci, Berlinguer, Moro… manco un socialista a pagarlo oro.

Matteotti era il segretario dei socialisti riformisti a Livorno nasce il Partito comunista, poi c’erano i duri e puri di Giacinto Serrati. Restarono tutti puri davanti al fascismo i miei massimalisti, i miei comunisti. Filippo Turati e Matteotti cercarono le ragioni per contaminarsi e fermare l’oblio, ma li accusarono di connivenze borghesi e rimasero puri i duri, ma a morire fu Matteotti. Così vanno le cose, per questo non amo i puri, ma mi piacciono quelli che si sporcano le mani con il mondo come è e non restano ad aspettare Godot che non arriverà mai

Non ho mai agito aspettando Godot,
per tutti i miei giorni aspettando Godot,
e ho incominciato a vivere forte,
proprio andando incontro alla morte,

Claudio Lolli, Aspettando Godot

La scena, nel lavorio teatrale di Loffarelli,  che spiega Matteotti, il socialismo e la vita è quando fa sedere Anna la governante-narrante le porge il pennino e la carta e le insegna a scrivere. Quell’atto è l’essenza del socialismo chi sa condivide, chi non sa impara per insegnare a sua volta. Migliaia di maestrine con la penna rossa nelle sezioni di ogni landa desolata di questo paese insegnarono a leggere l’Avanti! e a farsi uomini e donne distinte ciascuna per se e non massa senza io, senza noi. Bella scena e anche bel meccanismo teatrale per portare al pubblico il discorso, il finale,  alla Camera di Matteotti, la sua condanna a morte.

Non potendo muovere le scene, Loffarelli muove dentro la sua scena (la casa di Matteotti) tutta la vicenda. Anche il tempo va avanti e indietro non seguendo la corsa dell’orologio ma la necessita di entrare in un omicidio.

Diversi i piani di lettura: familiare con la sofferenza di Velia che come Penelope aspetta un Ulisse che ha nella “pugna”, nella fede socialista, il suo viaggio. Soffre e la sofferenza è amplificata dalla domestica quella Anna che rappresenta i proletari, la coscienza di un paese, e il filo di racconto della storia. Lei è visivamente

Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà: o vivremo del lavoro o pugnando si morrà.

A lei il compito di non nascondere, il compito dei proletari di rivendicare chi pugnando è morto.

A Velia manca l’amato, ad Anna manca chi gli sta dando il testimone del riscatto.

Dentro la storia si umanamente soffre

Poi la vicenda politica con Modigliani e Turati che insieme a Matteotti trasferiscono l’inadeguatezza di chi non si accorge dell’orco e continua a uccidere formiche, fanno un dialogo su quella cosa che è cambiare ora il mondo come si può non  aspettando il meglio che forse non verrà. Quella miopia dei puri che portò al baratro questa nostra Patria “per troppo tempo usa al dominio esterno” , malata di cesarismo ignara di libertà.

Matteotti spiega ad Anna gli scontri con Mussolini socialista, dove lui, Matteotti, è tacciato di tradimento borghese, Mussolini rivendica la purezza del partito. Il puro di nuova purezza vestito ordinerà la morte dell’impuro per il nuovo ordine borghese.

Poi c’è la vicenda della Sinclair Oil e delle concessioni petrolifere, delle vicende di Arnaldo Mussolini e di Benito. Sicuramente ci sono stati denari, ma questa (secondo me) non è vicenda di 33 denari, ma di una moneta ancora più esosa, la libertà.

Avrei, ma non sa spettatore, ma da socialista definito di più il ruolo di Filippo Turati che dei socialisti italiani resta il riferimento assoluto, quello che intuì per primo il pericolo fascista.

Gli attori:

Anna è una Marina Eianti in forma, capace di portarti dentro la storia, ma non per mano lieve ma per spinta emotiva;

Velia è Luigia Ricci una Penelope che soffre verso sé, l’attrice le da corpo umano nella condanna di aver sposato chi è sposato con una fede, rende in una parte non facile

Giacomo Matteotti è Giancarlo Loffarelli anche autore e regista a volte per il rigore si deve staccare dal prendere lo spettatore delegando questo al personaggio di Anna. Il Matteotti di Loffarelli è un uomo forte, determinato, senza dubbi. Lo ha pensato eroe disegnandogli intorno tanta umanità, pietà cristiana che prevede sempre il riscatto (in questo caso nella memoria dei proletari)

Giuseppe Modigliani è Emiliano Campoli deve fare l’amico personale, il compagno politico. Deve partecipare al dramma e lo deve anche spiegare. Deve ascoltare più che fare, Emiliano si muove su un terreno recitativo sul filo del rasoio, deve rimanere in equilibrio non strafare, ma neanche sparire. Ci riesce, anzi lo descrive lavorando sui movimenti, sull’umore

Filippo Turati è Marco Zaccarelli il lavoro non è costruito su di lui, Marco cerca di dargli peso, capisce che il personaggio è forte e accentua alcune “azioni” che ne definiscono l’autorevolezza, come l’uso del sigaro. Deve recitare passi della prassi riformista e non è facile.

Il lavoro è coraggioso e equilibrato, elegante come lo può essere una tragedia di un uomo che annuncia quella di un popolo e che non è mai finita.

Armando Di Lenola all’audio; Fabio di Lenola alle luci; sartoria affidata a Maria Teresa Rieti

Indovinata la scenografia che non ha disturbato la recitazione anzi ne ha fatto da megafono.