La Pedagna-longa e i cispadani si ritrovano e si mangia correndo, si beve in amicizia

La Pedagna-longa e i cispadani si ritrovano e si mangia correndo, si beve in amicizia

24 Aprile 2023 0 Di Davide FacilePenna

Non solo di scalate eroiche e corse forsennate vive il podista pontino, ma anche di camminate e “magna-longhe” come quella, stupenda, di Borgo Hermada, che è la frazione rurale di Terracina.

La organizzano, a ridosso del 25 aprile, i cispadani dei poderi della zona. Da alcuni anni, ci si corre insieme, anche, una tosta gara agonistica sulle distanze dei 12 e 21 Km.

La Pedagna-Longa “storica” è tutto, tranne che prova agonistica, se non per gli stomaci e il fegato dei partecipanti. Si tratta di quindici chilometri di scarpinata e ristori, tra i poderi di questo borgo pontino, che si chiama come il monte in cui s’asserragliò, durante al Prima Guerra Mondiale, l’esercito austro-ungarico.

Ci partecipo, per la prima volta, con la (quasi) formazione tipo che affrontò, lo scorso anno, la torrida Sagrantina a Bevagna.

Arriviamo, con netto anticipo, nei pressi di Piazza IV Novembre cercando di avere informazioni sul luogo della partenza e su come ritirare il verde pettorale.

Mi imbatto, subito, nel sior Bepi, che avrà un’età, indefinita, tra gli ottanta e i cento anni ed è un cispadano di rito veneto. Da queste parti sono tutti o indiani (i lavoratori dei campi) o eredi dei cispadani arrivati qui al tempo della Bonifica (i proprietari delle aziende agricole).

Bepi mi prende sottobraccio (i vecchi cispadani fanno sempre così, pure se non sanno chi sei) e mi dice, in stretto dialetto veneto, di andare verso il monumento ai Caduti di Duilio Cambellotti al centro della Piazza.

Ma ti sei il parente del Tony?” credo mi dica, prima di salutarmi.

Faccio cenno di sì con la testa, perché tanto ho capito poco e, poi, un parente che si chiama Tony ce l’avrò sicuramente.

Prima della partenza di noi “peda-magnatori” ci godiamo quella, seria, dei podisti della mezza maratona.

Laura cerca e non trova i “suoi”, quelli della tabella-Falcone, mentre, io, saluto i capitani coraggiosi della BR Sermoneta che si faranno valere, all’arrivo, come al solito.

La nostra di partenza è, ovviamente, molto più rilassata di quella dei corridori e, fin da subito, si fantastica su cosa troveremo nei sette ristori lungo il percorso.

L’organizzazione della Pedagna è impeccabile.

I sentieri di campagna sono, perfettamente, segnalati e rasati come campi di calcio di serie A.

Non si sentirà mai il clacson di un automobilista, spazientito per l’attesa, nei brevi tratti di tragitto su strada, come avviene, sempre, nelle gare in città.

Tutto il Borgo è coinvolto nella gestione della manifestazione.

Sia perché nella camminata si attraversano, quasi tutti, i poderi e le aziende agricole dell’Hermada, sia perché servono centinaia e centinaia di volontari per assistere alle miglia di partecipanti che si presentano al via.

Il primo ristoro ci sorprende, quasi subito.

Sara azzarda un’ipotesi culinaria: “subito salsiccia e grappa?

No, fortunatamente. Troviamo invece crostata e thè.

Vabbè che è zona di veneti, ma alle dieci di mattina è, davvero, troppo presto per le armi pesanti e si rischierebbe di non arrivare, nemmeno, a metà strada.

Proseguiamo la corsa (ops camminata) immersi nel verde, mentre pecore e mucche ci guardano, curiose.

Dal secondo ristoro si comincia a fare sul serio.

Arrivano pizza e bianca e mozzarelline di bufala, che è robba localissima, servite in bicchierini da caffè. Le ragazze del gruppo faranno, pure, la foto di rito col cartonato, a tema muccoso, disegnato dai bambini del luogo.

Noi, virili maschi, sdegnosamente rifiutiamo, anche se ci abbiamo fatto un pensiero.

Il vero spartiacque è il terzo ristoro, che sgranerà il gruppo dei cinquemila iscritti, fino a quel momento compatto.

Molti alla terza tappa si attarderanno mentre, qualcuno, forse, ci si fermerà definitivamente. Ci strafoghiamo di salsicce (a me capita quella piccante) e vino offerto dalla Cantina Sant’Andrea.

Prediamo un Cesanese dolce che è buono come l’ambrosia, il nettare degli Dei. Inizia pure la musica dal vivo, tutta, rigorosamente, anni Ottanta.

Una banda di giovanissime pulzelle si lancia nei balli di gruppo, nonostante il sole che, ora, picchia sulle teste. Noi, consapevoli della nostra età e dei rischi che corriamo, dopo una congrua sosta, continuiamo l’avventura senza azzardare balli. C’è un tempo per vivere ed uno per morire. Noi preferiamo vivere. La Sagrantina ha lasciato il segno.

Il quarto stop è, fortunatamente, depurativo. Solo fragole ed acqua.

Conosciamo delle belle ragazze che ci faranno comporre delle palline di argilla e semi da lanciare nei campi, per far sì che si popolino di fiori colorati nelle prossime settimane.

Il quinto ristoro è l’altro, definitivo, spartiacque. Ci dobbiamo sedere per affrontarlo.

Lo faremo in una tavolata con perfetti sconosciuti perché questo è, anche, il bello della Pedagna-Longa.

Se vuoi mangiare lo devi fare al tavolo con chi capita, perché siamo tutti sulla stessa barca, noi avventurieri della spanzata fuoriporta.

Sono penne al ragù, annaffiate da un paio di generosi bicchieri di Moscato secco.

Il moscato secco, una cosa che ce l’hanno solo qua, è “un zucchero” quando la “caldazza” si fa sentire.

La musica di accompagnamento è stupenda.

Ci troviamo due signore di rosso vestite, le Star della Fisa, che trascinano al ballo ed al canto chiunque.

Ma come è che le canzoni italiane degli anni Ottanta le cantano pure le diciottenni? Miracoli della musica o dell’alcol.

Andrea Lo Za-fò che è di Brindisi ma, ormai, pontino d’adozione ci invita, però, a proseguire subito “Veloci, prima che arrivi l’orda assassina

Mancano, ormai, solo due soste.

L’ultima, prima del kilometro finale, sarà, sicuramente, per il dolce ed il caffè, ma alla penultima cosa potremmo trovare?

I cispadani, anche a questo giro, si superano e ci propinano “o cuopp’ napoletano”, ma realizzato alla locale maniera: un fritto misto di verdure del posto.

Manuela, occhi luccicanti, caccia fuori un fiore di zucca gigantesco pieno zeppo di provola fumante e chiude, in bellezza, la sua magnalonga personale.

Pure con “o cuopp’ di verdura” c’è la musica che ci spacca i timpani, ma non balla più nessuno.

Il Moscato secco e la stanchezza hanno avuto la meglio e nemmeno un Vasco Rossi d’annata può rianimare le membra, orami, molli e sfiancate,

Arriviamo in Piazza IV Novembre non troppo stanchi e tanto tanto felici.

 

PS All’ultimo ristoro ci danno l’amaro dell’Orso. Fortunatamente non si pongono problemi di convivenza in questo caso come da altre parti.