Ciao Silvio, la pensavi alla grande

Ciao Silvio, la pensavi alla grande

12 Giugno 2023 1 Di Lidano Grassucci

Se vuoi essere grade, devi pensarla alla grande

Pietro Gambadilegno

 

 

E’ morto Silvio Berlusconi, ora la retorica ne farà un santo, ma non lo era, o ne farà un martire e non lo era.

Silvio Berlusconi è uno che sapeva scegliere gli uomini: fece la televisione con chi di televisione se ne intendeva, Mike Bongiorno, fece il Milan con chi aveva testa e passione, Galiani, fece la politica con Martino, Pera, Tremonti, Colletti, Cicchitto. Pensò a rompere il tabù della minorità del mondo liberale e sognò il partito liberale di massa.

In Tv diede voce all’Italia delle partite Iva, aprì i vicoli, che poi diventarono strade, per farsi conoscere alle piccole e medie imprese a fronte del monopolio dell’informazione di poche famiglie, di pochi partiti, di poche fedi.

Fu amico di Bettino Craxi, da lui eredità l’idea della democrazia governante.

Costrinse la Destra a passare dalla nostalgia alla proposta, la emancipò da una sindrome di purezza da eremo che la rendeva, non solo minoritaria, ma nana.

Silvio Berlusconi costrinse la politica italiana a fare i conti da un lato con il liberalismo, dall’altro con la socialdemocrazia. Uscendo dalla diversità italiana che era comunista o chierica.

L’uomo era generoso, capace di interpretare il sentire degli italiani che “avevano fatto mediamente la terza media e non erano manco i più bravi”. Ma lui non era semplice: ha fatto la tv, ha fatto il calcio moderno, ha fatto una politica post ideologica ma nella logica del pensiero liberale. Predicava le libertà per gli altri e non le negava a se stesso. Era odiato perché cercava il piacere in un paese di dolore, il bello in un paese di minimalismo, non voleva il pane, ma donava le rose a donne bellissime e qui pareva assurdo.

Per noi socialisti fu anche, all’inizio, una “salvezza possibile” dal deliro moralista-giudiziario di comunisti privi di ragioni sostituiti da rancori. Poi fu travolto da neoliberismo di una sinistra post comunista che non diventava socialdemocratica, ma liberalmoralista, purista nella forma borghese nella sostanza. A noi socialisti negli anni dei movimenti giovanili ci davano dei ravanelli, rossi fuori bianchi dentro, loro adottarono il modello nella bugia dell’originale.

Ora? Cambia tutto, ma tutto. Berlusconi ha unito, sul suo liberalismo, il nazionalismo degli ex Msi al secessionismo della Lega, con una spolverata di cattolici fermi a difendere la loro chiesa. Tre universi distanti anni luce tra loro, impossibili,  un miracolo italiano.

Non inventò il populismo ma si fece capire da italiani che non erano più contadini, operai, ma diventavano padroncini. Italiani che pareva brutto avere la 124 e si facevano la 128, ma aspiravano alla Ferrari, convinti di potersi comprare un motoscafo Riva. Italiani che guardavo Colpo Grosso e il giorno dopo non andavano in sacrestia. Un uomo del suo tempo ma che ha cambiato il tempo.

Mi intrigò, lo ammetto, l’idea del partito liberale di massa, anche la legge del contrappasso verso il moralismo comunista, ma poi dividendo il mondo tra chi aveva da difendere e chi non aveva non ho potuto seguirlo, ma lo capivo.

Non si nascondeva di essere stato pianista di piano bar, poi non lascia eredi politici e questo è il suo difetto. Ora non esisterà più il colante a destra, tutto diventa dinamico.

Era logorroico, era capace di stare al centro delle cose.

Un erede? Gli tiene testa solo Matteo Renzi, ma in versione cattiva.

Il suo limite? Non aver abbattuto la dittatura giudiziaria, il male profondo del paese che aveva individuato bene.