Ode al Goretti, una sorella e non sparate agli angeli

Ode al Goretti, una sorella e non sparate agli angeli

4 Luglio 2023 2 Di Lidano Grassucci

9Per vicende personali sono entrato nel sistema del dolore e delle cure, della sanità pubblica.

L’impatto è incredibile: il pronto soccorso del Santa Maria Goretti pare un ircocervo. Ho paura, per la paura del dolore che porto. Tanta gente ciascuno con il suo guaio, altrettanto il mio, o forse di più. Qualcuno va sopra le righe, ma sono mosche bianche, la maggior parte della gente pazienta. Il personale si da da fare, si sente da fuori la “fatica“. Un cartello appeso sulla porta avverte che chi fa prepotenze a chi cura verrà punito. Penso che è brutto un paese in cui anche gli angeli vengono colpiti da bracconieri del vivere. Attendo, il tempo passa. Gli infermieri, i medici, fino anche alla guardia giurata si danno da fare e non è facile. Siamo tutti impazienti, poi con il dolore diventare indisponenti è facile e i dolori del mondo, da capire sono mille di mille.

Ciascuno pensa che il suo arrivi prima e io non sono da meno perchè è il mio che sento. Il nodo non sono io ma il dolore fisico è di mia sorella, io ho paura di quella paura che è forte che ti riguarda che vorresti un poco dividere per far star meglio.

Tocca a lei, abbiamo fatto la fila, atteso, sentito intorno quel che c’era da sentire. I medici capiscono, si consultano, e curano. Sono quasi tutti ragazzi gli infermieri, una portantina chiama “dottoressa” una ragazza minuta che, capisco dal discorso, è andata ad operare. Ha la faccia da bambina, dice che ha dovuto iniziare più tardi ad operare per via degli anestesisti, ma ha operato. Mi dico: ma così minuta ha in mano le vite ed io così grosso al massimo giro la vite di una fascetta per legarla al tubo della lavatrice. Quanto sono inutile.

Operano mia sorella, ora sta bene quanto prima stava male. Mi dicono che, probabilmente, è andata per il meglio. Va in reparto le corsie sono pulite, le infermiere gentili. Non ho la mascherina, per dimenticanza, loro me ne danno una. Una portantina porta il te a mia sorella che non può mangiare: ha il bicchiere? Sì. Me ne dia anche un altro così ne ha un poco di più,e le lascio una bottiglia d’acqua, con questo caldo.

Pare assumersi un poco del dolore non suo. Chissà quante cose ha per la testa, ma ora cura e si pende cura.

Io, oltre che stare male, non ho fatto nulla e mi sento un verme davanti a questi che salvano le vite, io e il mio cacciavite.

Poi penso all’idiozia di chi quando parlano del Goretti dicono: ma facciamone un altro. Che è come dire a chi in una barca in difficoltà che è meglio che affondi con tutti a bordo perchè stanno progettando una barca nuova che sarà meglio, ma non certo per chi è affogato.

Ho 62 anni, da bimbo avevo poco più di 10 anni fui investito da un’auto, andai in coma, stavo messo male. Mi portarono al Goretti, fecero quel che potevano e sono ancora qui. Riconosco le scale, i muri, solo che allora li guardavo da più in basso, ora da più in alto ma a questo posto devo se sono qua, e forse anche troppo.

Ogni cosa della mia vita nel dolore mio e dei miei è passata qui.

Io, se fossi uno che decide senza parlare della nave futura, investirei su questa che c’è.

Sapete sono riformista e ne ho visti tanti che in attesa di Godot non hanno fatto nulla. Bisogna investire i soldi nella sanità pubblica che c’è. e per carità non mi parlate di privati: la vita non è cosa da affidare al profitto, ma al diritto alla vita.

Il reparto che ha preso in carico mia sorella è ginecologia e ostetricia, il primario è il professor Francesco Battaglia. Non lo conosco, non conosco la sua squadra, ma hanno “curato” e non parlato.

Io racconto storie, questa è una. Sono felice di poter continuare a non sopportare mia sorella (che è pure guardia e non mi piace) e il dono non mi pare da poco. Senza, lo confesso, sarei stato più solo, ma non la sopporto uguale.

Comunque papà puro a sto giro lo me lo so fatto, occomme stamo in parola.

PS: ringrazio i miei amici che come al solito mi sono stati vicino: Maurizio Galardo, Mario Mellacina e Natan Altomare