Intorno a Latina capitale, ma qui “stiamo tutti partendo”
11 Agosto 2023La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole
Italo Calvino
Assisto al gioco estivo di “Latina capitale della cultura 2026”. Qui tutto inizia con serissimi cultori della Fede e finisce in una gran risata. Il confronto è iniziato con la città razionale, ora siamo ai sondaggi sugli umori della gente, negando di fatto i presupposti per essere capitale di qualche cosa.
Latina è inanimata, lo è sempre stata, è “nel silenzio” di Alberto Moravia, è nei canali di Antonio Pennacchi che “portano via” persino l’acqua. E’ in un mare che arriva qui e accosta nelle dune e tutti vogliono andarsene.
Inizia così questa storia, Ulisse non vuole venire qui, ci capita, lui vuole tornare a Itaca, Circe si innamora ma lui non l’ama, vuole tornare a Itaca.
Siamo tanti Ulisse qui, anche se Circe ha grazie infinite noi la ricordiamo cattiva che fa di uomini porci, come la palude che faceva di uomini malati per sempre e di cosa? Dell’aria. Siamo stati qui malati di “aria”, di una maledizione
Una male dizione di male aria che non ci ha risolto la bonifica (o malefica?) ma la chimica con il Ddt e costata una guerra ridicola e persa, poi per salvarci dalla fame dovemmo farci nucleari e finalmente il mondo si accorse di noi, del nostro angolo di mondo dove anche la bellezza di Circe era rifiutata.
Il nodo è qui “andare via”, ci sono i quadri di Sibò che su Latina “ci passa con l’aereo” e poi va via, le torri e i campanili paiono contraerea. L’aereo lancia il messaggio come Gabriele D’Annunzio su Vienna e vola via. Via, di qui e in fretta.
Nella capitale ci vai, non vuoi andare via, sei arrivato. Qui, in fondo, stiamo tutti partendo e non solo fisicamente ma anche dentro nell’animo volendo essere ciò che non siamo e mai saremo: romani senza Roma, napoletani senza Napoli, cispadani senza sapere più della repubblica dei francesi ma conservandola dentro, setini che vorrebbero sempre andar via ma trattenuti dalla palude come le rane, le anguille, le querce, normiciani che non siamo più tornati, coresi alteri divenuti amanti di Cori nel matrimonio pontino.
Le capitali sono mete, noi una stazione di posta. Non è un caso che Paolo di Tarso qui ci passa e non scrive una lettera ai “pontini” per spiegare la grazia di Dio, ma va a Roma a fare una Chiesa grande come il mondo.
Se, dico se, non cominciamo a ragionare
Extraterrestre, portami via
Voglio una stella che sia tutta mia
Extraterrestre, vienimi a cercare
Voglio un pianeta su cui ricominciare
Questo siamo noi, questa voglia di andare via, eterna, di guardare tutto per lasciar tutto dopo averlo usato, ma poi dobbiamo anche ammetterlo
Extraterrestre, portami via
Voglio tornare indietro a casa mia
Extraterrestre, non mi abbandonare
Voglio tornare per ricominciare
Le strofe sono di Eugenio Finardi, Extraterrestre
Non so se saremo capitale mai di qualche cosa se non della nostra voglia di andare via per poi disperarsi nel tornare.
Una volta andai in vacanza in Valle d’Aosta, un posto bellissimo tra le montagne. Non sapevo che dire da uomo di collina impaludato. Entro in albergo per prendere la camera il proprietario dell’albergo legge le carte di identità con scritto Latina e cambia volto, alza gli occhi, quasi piange: “voi siete di Latina? La pianura, la fettuccia di Terracina, il mare… noo io vendo tutto l’ho detto ai miei figli voglio morire a Terracina in piano”.
Forse lui aveva capito il dramma, lui voleva stare in un posto in cui nessuno voleva restare.



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