Selvatica, la poetica del dipingere il celato

Selvatica, la poetica del dipingere il celato

18 Ottobre 2023 0 Di Nayeli ceccano

Ormai giro poco, mi stanco con una velocità che prima era alimentatore di voglia di fare. Cerco di evitare, ogni cosa che non sia lieve, assente. Sabino Vona mi lasciò l’eredita di leggere i quadri, me la lasciò nel suo rigore di studio per farmi andare nella follia della mia ruota libera. Leggo i quadri, l’arte che incontro, non per piacer mio ma per il senso del racconto di Dio. Traduco meglio, la leggo come si leggono nelle Chiese i quadri, gli affreschi, i simboli, le statue, la luce delle candele e pure i fedeli che, se sono li dentro qualche effetto lo debbono pur fare. Mi presentano il pieghevole della mostra di Ersilia Serrecchia che si intitola “Selvaggia”. La selva mi incute l’ambivalenza della paura e la sensazione di quiete mia. Mentre guardo le opere, opero il mio ricordo, il collegamento e rammento. Di lei ho scritto anni fa sulle rane, dipingeva rane, tante rane, tutte rane.

Le rane sono per me come la scritta Spqr a Roma, come la biscia a Milano, come il toro a Torino o i gigli a Firenze. Sono un segno, il segnale, la traccia. Mia nonna preparava leggerissimi brodi di rane da far bere a mio padre quando stava male, io inorridivo. A me piaceva sentirle cantare. Ecco come nelle chiese dove cerchi per capire la via crucis con le stazioni invece ti imbatti nell’affresco sulla porta che conduce al cimitero dei morti che dicono ai giovani sbruffoni “noi siamo ciò che voi sarete, voi siete ciò che voi siete stati”. Insegna la pittura, racconta fa monito. Le rane non ci sono, o meglio, si sono nascoste tra l’erba, tra l’erba anarchica, autarchica, mai da mano d’uomo toccata. Il tratto si fa cenno, i contorni sono ipotetici eppure è nitido il nascondiglio perfetto per le rane.

Seguo un filo mio, leggo con il mio alfabeto, un altro alfabeto ma il selvatico è questo, il mai uguale il mai banale. Ci sono i fiori o ci sono macchie di colore della memoria del fiore? Se lo vedi dal punto di vista del selvatico, dalla selva i fiori non sono carini ornamenti, ma vanitosi viventi che usano il colore per la trappola dell’amore.

Deve essere stata selvaggia, forestica, l’artista o solo rapita dall’erba incolta che si fa siepe, si fa rovo, si fa… more tra i rovi. Ma qui non ci sono rovi, non ci sono more, ma si intuiscono c’è un non dipinto che ha la medesima forza del dipinto. Un salto se sei perso tra l’erba incolta, il giallo è già fieno ma mai disegnato, due colpi di grigio e hai il sole che ha paura ancora a primavera con la similitudine d’autunno: Italia e Nuova Zelanda agli antipodi ma così eguali per come gira il mondo.

Una pittura che pare serena, invece è come nei quadri affollati dei giudizio universale, solo che qui è la natura che giudica, ma la rana già è altrove e non vuole farsi scoprire, l’erba è un filo di verde, il fiore un colpo di colore che sfuma il tutti su fili sottilissimi che sono steli o fili, sono cavi di questo mondo artificiale, fibre ottiche. Ma che dico, un quadro può pretendere, può fare il prepotente, ma può anche farsi scoprire come scoprono le carte i giocatori di poker. Non è una cosa banale.

Fino al 25 novembre, via del Lido a Latina Fideuram Private Banker