Latina, se bastasse colorare i piedi. Ma l’avete visto il nostro cielo?

Latina, se bastasse colorare i piedi. Ma l’avete visto il nostro cielo?

19 Febbraio 2024 0 Di Lidano Grassucci

Non sono architetto, e non voglio esserlo, non sono stato eletto, ma non mi sono manco candidato, ma sono cittadino di questo posto e quindi dico la mia senza vincoli di formazione e vincoli di mandato. Libero, come un cittadino.

Leggo dell’architetto Mosè Ricci, su Latina Oggi. La sua è opinione preziosa, è tecnica fine di chi sa, ma… io non divento bello se coloro i piedi di giallo, non divento brutto se dipingo i miei piedi di blu. Poi possiamo discutere fino a domani di scarpe ma se faccio indossare le calosce alla moglie di Fantozzi non ha lo stesso effetto se le stesse le faccio indossare da Belen.

Il pavimento di una chiesa del rinascimento non è bello sotto mura brutte e volte peggio, ma è armonico con mura e volte. Si chiama armonia, equilibrio. E copiare è quasi sempre far male quel che era pensato peggio.

Questa città, Latina, non ha (diciamolo) grandi palazzi nobiliari, chiese capaci richiamare la grandezza di Dio, non ha strade che richiamano fasti che non ci potevano stare (da quando Latina è nata le guerre le abbiamo perse tutte), ma ha un cielo bellissimo.

Ha un cielo straordinario, un cielo che chiunque viene qui se ne innamora. Quando c’è il sole, quando tutto è pulito qui ogni cosa diventa straordinaria e quell’azzurro invade tutto e fa azzurre anche le strade di nero asfalto. Il colore qui c’è, ma lei Ricci non è di qui e deve provare.

A Copenhagen il cielo ha bisogno di una mano dal basso, a Lanciano forse pure, ma qui no. Qui è il cielo che parla, che ciancia tanto, che invade.

Ogni anno veniva qui un mio zio che viveva a Milano, lavorava alla Motta, lo chiamvano “Zio frate”. Da ragazzo aveva preso i voti, poi aveva lasciato ma era frate per sempre. Veniva qui, dalla grigia Milano e ogni volta si toglieva subito ogni vestito se non i pantaloncini e si godeva l’azzurro del cielo. Va da se che finiva sempre ustionato in ospedale. Ma questo era la follia di un amore con il cielo.

Ecco caro Mose, prima di dirci come farci diventare più belli si guardi il nostro cielo, capirà che se in testa hai la cappella sistina del pavimento un poco te ne freghi.

Mi scuserà, non ho usato termini tecnici, ma l’amore per un posto dove i miei vivono da secoli, un posto che equivale a me stesso e non per le scarpe.