Latina e la maledizione del decentramento: abbiamo ucciso la città… ma periferica, intorno al Poeta letterario

Latina e la maledizione del decentramento: abbiamo ucciso la città… ma periferica, intorno al Poeta letterario

29 Ottobre 2024 2 Di Lidano Grassucci

Lo spunto è l’idea di un “caffè letterario” al posto del bar Poeta in centro a Latina. Il comune scrive che quello deve essere un bar… “laureato”. Cosa significa non so, io ho imparato la vita da Fargiani l’osteria di Sezze che ho frequentato, prima di me mio padre e prima ancora nonno. Lì non c’erano libri ma un saggezza antica, una “costumanza” che era la letteratura della mia gente tramandata di voce in voce. C’erano le poesie a dispetto, i poeti in ottava rima, le storie da ricordare, le famiglie che si riconoscevano, la cultura del vino e delle alici al tacco e, per inciso, l’amore per la libertà anarchica di Bakunin, l’odio per i padroni di Marx ed Engels e il riscatto di Felice Cavallotti. Poi, quando il dolore era insopportabile ho visto contadini anarchici pregare la Madonna con una devozione che non ho mai visto in alcun prete, men che meno nei vescovo e lontano anni luce dal falso credere dei codini.

Questa non è letteratura, è poesia. Quindi? Non mi piace la cultura per delibera, la curiosità con la bolla pontificia, la Fede con l’imitazione di riti senza senso.

Ho conosciuto in osteria i paladini di Francia, e Dante recitato per memoria e non per lettura. La letteratura era leggere una lettera che arrivava da lontano, da qualche Argentina da cui ritornare.

Così non capisco perché si usino le parole come si fa con il sale nell’acqua della pasta.

Il bar Poeta come caffè letterario, come se chiedessero al Petrocchi di Padova di pensare l’Italia libera con tanto di permesso dei crucchi, di non sognare la libertà di San Marco con tanto di licenza dei turchi. La letteratura non si fa per decreto e il caffè lo ordini per svegliarti dal sonno della ragione non come ordine dell’autorità in questione.

Il centro storico di Latina non ha bisogno di letteratura, quella se c’è viene da se stessa, ma ha bisogno di persone. Riportiamo in centro i bus che vengono dai paesi, riportiamo il mercato del martedì, riportiamo le scuole, riportiamo gli uffici, riportiamo la vita, le automobili con il rumore dei cilindri, riportiamo gli uffici dove pagare le tasse dandoci modi di arrabbiarci per questo davanti ad una chiesa non a campi incolti di anonime periferie. Non decentriamo ma “ricentriamo” Latina. Basta togliere, mettiamo.

Se ad un corpo invece di mandare il sangue al cuore lo fai girare per gli arti senza riconoscerne il centro il corpo muore, il corpo non vive, non c’è vita. Latina ha bisogno:

Cerco un centro di gravità permanenteChe non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla genteAvrei bisogno diCerco un centro di gravità permanenteChe non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla genteOver and over again

Franco Battiato, centro di gravità permanente

La città ha bisogno della umanità, altrimenti è uno spazio occupato da mattoni. Ha fatto più per sto posto Cesare Bruni col suo mercato di memoria che anni di decentramento ad uccidere ogni memoria

La letteratura è guardare il mondo grande scendendo da un bus che viene da un mondo piccolo. Sono venuto qui dalla mia Sezze, Dio l’abbia in gloria, e da strade strette, abbracci carnali, a Latina era tutto pieno di sole, largo e l’abbraccio te lo dovevi conquistare e le facce erano tante che ti perdevi. Questo merita Latina che scendi dal bus e non ti trovi squallide periferie ma una botta di sole accecante tra la gente che cerca di capire dove sei.