Latina, il culto architettonico dei Moai e la condanna al tempo brutto: intorno al festival

Latina, il culto architettonico dei Moai e la condanna al tempo brutto: intorno al festival

6 Dicembre 2024 1 Di Lidano Grassucci

Datemi un’anima, non una casa, non un manufatto, ma una umanissima anima.

Latina si intestardisce nel culto blasfemo dei muri. Roma è bellissima e di muri ne ha tanti, ha tante Roma in una Roma sola ma non si intestardisce sui muri. L’anima di Roma è una madre, una lupa che allatta i “suoi figli”, è quella scritta che non dice di muro ma del Senato e del Popolo di Roma. Milano ha una croce di Cristo, Venezia il Leone di San Marco, la mia Sezze il leone rampante con la cornucopia.

Latina? Un manufatto, una piccola torre che sovrasta la scritta “olim palus”, come se quella, la palude fosse vergogna e non la torre troppo bassa per ogni ambire (è alta 20 metri).

Per la corsa verso i 100 anni della città si inizia con… Un festival dell’architettura, una messa solenne ai muri, una forma di feticciato per i mattoni. Siamo come quelli dell’isola di Pasqua che per coltivare l’edificazione dei Moai cancellarono dall’isola gli alberi condannandosi al declino. Le facce restarono ma mute a non dire nulla. I nostro moai sono edifici quadro e squadro che non hanno neanche sembianze umane ma la gelida ragione di chi voleva cancellare la storia per scriverne una nuova con nuovi uomini senza anima ma con camicia monocolore.

Si parlerà di muri e mattoni, di ragione e di bellezze concentrate nel secolo che ha inventato i gulag, i campi di sterminio, l’alienazione del consumo e non di questa terra generosa che non può germogliare più per via del “mattonato”. Una città che si dispera della perduta scala di acceso all’alloggio del custodi di un ufficio postale e non muove un dito per il lago di Fogliano che muore per asfissia.

Parleranno di tempi belli dove tutto era “ragione” anche la cancellazione dell’umano nel suo essere irrazionale.

Latina non ha mura fisiche, ma ha muri mentali che la escludono dall’intorno: dai monti, dai laghi, dal mare. Non parleranno dell’Appia che apre al mondo, ma del razionalismo dei muri che ci condanna dentro la prigione di un tempo di 20 anni per sempre.

Sarebbe stato bello un festival con nani e ballerine, con giullari, con equilibristi con la sagra della rana, delle anguille, con la festa della bufala allegra. Insomma, una roba di anima antica.

Latina come sarebbe bella senza la catena del tempo brutto, se guardi dal lago verso il mare troverai la bellezza irrazionale del mare che non sta fermo mai, della duna che cambia sempre e anche il lago si increspa davanti ad un sole che pure lui “corre”, ferma è solo questa condanna alla retorica di un tempo brutto.