Giovanni Allevi e il farsi bianco del difficile della vita

Giovanni Allevi e il farsi bianco del difficile della vita

10 Dicembre 2024 0 Di Lidano Grassucci

Ascolto su Radio 24 un’intervista a Giovanni Allevi mentre guido. Parla di malattia, di dolore, di cultura per uscire dal dolore. I viaggi in auto sono come una bolla spostata dal vento che va da dove vieni a dove vai e pare non doverti fermare mai.

Mieloma è la malattia che il maestro ha affrontato, lui è personaggio che manifesta entusiasmi al cubo, ma è diventato vero nel percorso che accomuna tutti davanti al male, comunque si manifesti. Dice “La felicità non è il fine”.

Io ho sempre ammirato la dichiarazione di indipendenza americana che cita la felicità tra i diritti umani. Allevi, invece, la mette come dono ma tra i doni, il suo libro parla di nove doni, ma insieme ci mette altro. Quando siamo in salute, in equilibrio tutti ci vengono intorno e ci sentono nel nostro dare, ma quando non puoi suonare? Quando non siamo in salute ma nel male che ci impedisce risposte a domande inevase.

Allevi riempiva le sale, ma un giorno, a Vienna, il concerto era perfetto, il pubblico applaudiva ma lui non si riusciva più ad alzare, incollato con il suo dolore allo sgabello. Il pubblico lo pensava “campione del piano”, lui era uomo che sentiva un dolore dentro di se. La malattia è una guerra in cui il tuo corpo vince la tua anima e tutto pare al termine. Come se la bolla diventasse di sapone e puff non resta che un poco di umido. Piove, e lui parla e penso che la cosa mi riguarda.

La medicina? Racconta del suo “gioco” a tradurre in musica la parola mieloma e del suo scrivere un pezzo per violoncello e orchestra. Se lo sente dentro ma non lo può ascoltare, dirigere e lo immagina. Aveva sentito per telefono il suo amico Raffaele Morelli che gli suggeriva “tu, danza. Comunque danza”. E così fa finta di sentire il suo componimento e muove le mani, la testa come ad un concerto ma seduto sul letto di ospedale. Flebo, oppiacei, il mondo intorno… lo vedono gli infermieri che si preoccupano. Si chiamano, gli infermieri (si chiamano guarda il fato Giovanni e Giovanna) entrano in stanza e cercano di capire, lui dice “tranquilli, sto dirigendo un pezzo che ho scritto”.

Un pezzo musicale in ospedale, in un reparto del dolore? Gli infermieri vedono con gli occhi quello che il cuore nega e non ci fanno la corazza, ma  sopravvivono. Chiedono di quel brano, Allevi non sa come farglielo ascoltare, non lo ha mai ascoltato nemmeno lui, decide si usare una applicazione del Pc che traduca lo spartito in suoni e così debutta con il suo pezzo.

Tre Giovanni che non sono felici, che non sono doloranti, ma che si riprendono il vestire dell’umano. Piove fitto, penso che c’è una congiura dei Giovanni in ciascuno di noi un momento preciso in cui danzi e la malattia, il dolore, non vanno via ma si fanno bianchi come la neve in Semprevisa