Latina dimentica i suoi figli e abbandona i suoi padri

Latina dimentica i suoi figli e abbandona i suoi padri

29 Maggio 2025 0 Di Fabio Fanelli

C’è una verità che fa male più di qualsiasi statistica: Latina non è una città per bambini, né per giovani, né per anziani.
L’indagine de Il Sole 24 Ore lo mette nero su bianco. Siamo 96esimi per il benessere dei più piccoli, 103esimi per i giovani, 87esimi per gli over 65.
Tradotto: si nasce tra disuguaglianze, si cresce tra assenze, si invecchia nell’indifferenza.

La nostra provincia sembra una casa senza stanze vivibili. Ai bambini mancano spazi, scuole moderne, luoghi sicuri. Ai giovani mancano opportunità, stimoli, prospettive. Agli anziani mancano servizi, cura e rispetto.
Eppure le soluzioni non mancano: è la visione a essere assente.

Una città senza stagioni

Una comunità dovrebbe essere come un giardino ben curato: c’è il seme, il fiore, la foglia che cade. Ma Latina sembra aver smarrito il ritmo delle stagioni.
I più piccoli non trovano abbastanza verde, scuole efficienti, sport accessibile. I ragazzi cercano orizzonti altrove, come rondini senza nido. Gli anziani restano, ma spesso senza panchine comode dove sedersi o servizi adeguati per affrontare l’inverno della vita.

Eppure non si tratta solo di classifiche. Si tratta di umanità che arranca, di famiglie che stringono i denti, di quartieri che non ascoltano più il rumore dei passi.

Latina può (e deve) fare meglio

Questa fotografia impietosa è anche un invito alla rinascita. Serve una visione: una che metta i bambini al centro dell’urbanistica, i giovani nel cuore delle politiche lavorative, gli anziani dentro le decisioni e non ai margini delle città. Serve un patto tra generazioni, una “città ponte” che non taglia le età come fette di torta, ma le tiene unite.

Serve, soprattutto, una politica che guardi negli occhi i suoi cittadini.

Costruire il futuro comincia dal presente

Non possiamo più accettare che Latina sia una stazione in cui si aspetta il treno che non passa. È tempo di costruire i binari, di progettare una città dove valga la pena crescere, restare e invecchiare.

I dati de Il Sole 24 Ore non sono una condanna, ma un campanello d’allarme. Possiamo decidere di spegnerlo o di ascoltarlo. Noi, come giornalisti e cittadini, scegliamo di ascoltarlo. E di raccontarlo.