17 anni e troppo silenzio: la tragedia di Alexandra

17 anni e troppo silenzio: la tragedia di Alexandra

30 Agosto 2025 0 Di Fabio Fanelli

È il momento di ascoltare davvero i ragazzi.

Avrebbe compiuto diciassette anni il prossimo 6 settembre. La sua vita si è spezzata dopo una caduta dal quinto piano. Non sappiamo ancora con certezza i motivi, ma si ipotizza un gesto disperato legato a una bocciatura. Nel frattempo, come accade sempre più spesso, i commenti corrono veloci: la scuola, i professori, le famiglie, le responsabilità.

Eppure, di fronte a una tragedia simile, la prima verità è una sola: due genitori hanno perso una figlia. E non c’è dolore più grande. Ogni accusa, ogni parola affrettata, rischia di ferire ancora di più chi sta vivendo l’indicibile.

Ma non possiamo nemmeno fingere che la scuola, come istituzione, non sia chiamata in causa. Un sistema che troppo spesso sembra interessato più a valutare che a educare, più a uniformare che a comprendere. Una scuola che pretende soldatini obbedienti, che misura i ragazzi solo con voti e numeri, dimenticando che dietro quei voti ci sono fragilità, paure, sogni, tempeste interiori.

I nostri ragazzi trascorrono a scuola gran parte delle loro giornate: lì crescono, lì imparano a conoscersi e a misurarsi con il mondo. Non possiamo accettare che la scuola diventi solo un esame da superare, una barriera da oltrepassare, un luogo di giudizio. Deve tornare ad essere soprattutto ascolto, sostegno, spazio di crescita personale.

Il disagio giovanile non nasce in un giorno, né in un’aula. È il frutto di una società che mette i giovani sotto pressione e non lascia loro vie di fuga. Ma la scuola resta il luogo privilegiato per intercettare quei segnali che spesso sfuggono anche in famiglia. Se lì non si trova comprensione, se lì non si trova dialogo, allora il rischio di sentirsi soli cresce in modo drammatico.

Non possiamo riportare indietro Alexandra. Ma possiamo fare in modo che il suo nome diventi un monito. Basta ridurre tutto a polemiche e colpe: serve un cambiamento profondo. Serve una scuola che non si limiti a “promuovere” o “bocciare”, ma che si faccia davvero carico del benessere dei ragazzi.

Perché una scuola che non sa ascoltare non è scuola. È solo un esame. E la vita dei nostri figli vale infinitamente di più di un voto.