L’ Instabilità politica globale è vicina? I conflitti armati diffusi sono il presente!
12 Settembre 2025Le recenti rivolte in Nepal sono state raccontate dalla propaganda ufficiale come una reazione superficiale al divieto dei social media. Una narrazione comoda, che riduce il dissenso a una semplice questione di “svago digitale negato”. Ma la realtà appare ben diversa.
Il blocco delle piattaforme non è stato un gesto isolato, bensì un tentativo di oscurare ciò che in rete stava emergendo: prove, accuse e discussioni sull’ampia corruzione della classe politica nepalese. I social, diventati spazio di denuncia e organizzazione, hanno messo in luce legami clientelari, sprechi e arricchimenti personali che hanno minato ulteriormente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
Così, la rabbia popolare non esplode per la mancanza di Facebook o TikTok, ma perché la censura rappresenta l’ennesimo stratagemma per proteggere un’élite screditata. Le piazze nepalesi non chiedono il ritorno dei like: chiedono trasparenza, giustizia e una politica che non tradisca più la fiducia del popolo.
Parallela è la vicenda dell’omicidio Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA, che si è fatto conoscere come un giovane volto del conservatorismo americano. Nei primi anni della sua ascesa politica, il suo discorso ruotava attorno alla difesa della sovranità dello Stato e, soprattutto, a una retorica costante contro la corruzione delle élite politiche e istituzionali.
Eppure, negli ultimi tempi, la sua traiettoria sembra essersi piegata a una logica diversa. Seguendo la linea trumpiana, Kirk ha progressivamente spostato il focus dalla denuncia della corruzione a una difesa incondizionata del presidente Trump. Un cambio di rotta che diventa evidente proprio nel silenzio, o addirittura nella negazione, sull’esistenza e sulla rilevanza dei cosiddetti dossier sul caso Epstein (documenti legali e investigativi che raccolgono prove, testimonianze e dettagli sulla rete di traffico sessuale di Jeffrey Epstein).
Documenti, testimonianze e nuove rivelazioni continuano a emergere attorno al caso Jeffrey Epstein, tra cui persino una lettera di auguri di compleanno firmata da Donald Trump. Materiale che, in passato, un attivista come Kirk avrebbe probabilmente usato come arma per denunciare le connessioni torbide tra potere politico ed economico. Invece, il tema sembrava del tutto assente dalla sua agenda.
Anche dopo le sue recenti apparizioni sia sembrato critico su temi come l’influenza di Israele sul governo americano, agli occhi di molti è rimasto il volto del “voltagabbana”.
Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sulla sicurezza è stato sempre più condizionato da episodi di violenza, disordini e fenomeni che, a un’analisi più profonda, mostrano caratteristiche di costruzione artificiale. Non si tratta soltanto di fatti di cronaca isolati, ma di eventi che sembrano inserirsi in un quadro più ampio: quello dell’ingegnerizzazione del conflitto sociale.
Gruppi organizzati, spesso difficili da identificare, strutturati con lo scopo di generare panico, disorientamento e un senso diffuso di insicurezza. La loro azione non mira soltanto a danneggiare direttamente, ma soprattutto a modificare la percezione collettiva. L’opinione pubblica, bombardata da immagini di violenza e insicurezza, viene indotta a considerare accettabili, o persino “Necessarie”, leggi sempre più restrittive.
Si crea così un meccanismo perverso: la dinamica del consenso forzato.
1. Evento violento o destabilizzante = shock mediatico.
2. Risonanza mediatica e amplificazione = aumento della percezione del rischio.
3. Richiesta popolare di sicurezza = pressione sulle istituzioni.
4. Risposta legislativa restrittiva = riduzione delle libertà in nome della sicurezza.
In altre parole, la paura viene utilizzata come strumento politico. Il cittadino, spaventato e vulnerabile, diventa disposto a cedere porzioni crescenti di libertà pur di ottenere una promessa di protezione.
Negli ultimi mesi, l’aumento dei crimini ha acceso il malcontento della popolazione. Di fronte a un’ondata di violenze, furti e disordini, ci si sarebbe aspettati una risposta concreta sul piano della sicurezza e della giustizia. Invece, la classe politica ha scelto un’altra strada: puntare il dito contro la “propaganda razziale” che si diffonde attorno a questi episodi o sulla “difesa dei minori online”.
La censura viene così presentata come un atto di responsabilità, una misura per frenare divisioni sociali e proteggere la convivenza civile. Ma dietro questa narrativa si intravede un’altra logica: lo Stato non agisce per risolvere le cause profonde della criminalità, dell’inefficienza istituzionale, corruzione, disuguaglianze… Ma bensì per limitare la libertà di parola di chi denuncia questi fallimenti.
Il risultato è paradossale. Non solo i cittadini si ritrovano meno sicuri, ma anche privati dello spazio critico in cui discutere i problemi. La censura diventa così uno scudo per la politica: più che proteggere la società, serve a proteggere chi governa dall’accusa di incapacità.
In questo momento storico, con la proposta UE nota come “Chat Control”, presentata dalla Polonia insieme ad altri 14 Paesi, tra cui l’Italia, e che prevede la scansione automatica anche delle chat crittografate in vista del voto del 14 ottobre 2025, assistiamo pienamente a questa dinamica: leggi sempre più stringenti vengono approvate con rapidità, spesso senza un vero dibattito pubblico. Ciò che appare come una tutela per la popolazione rischia di trasformarsi in un meccanismo di controllo capillare, dove la sicurezza non è più un diritto da garantire, ma una leva per limitare libertà fondamentali.
In un contesto democratico, la vigilanza non riguarda solo le strade, ma anche le istituzioni stesse, affinché non cadano nella trappola dell’ingegnerizzazione della paura.


