Il potere e la pagina: da Orwell al Libretto Rosso, storia di censura e usurpazione

Il potere e la pagina: da Orwell al Libretto Rosso, storia di censura e usurpazione

25 Novembre 2025 0 Di Davide Venditti

Ripassando storia, mi sono imbattuto in una versione degli eventi che avevo trascurato. Infinite fonti e letteratura su un unico tema: “In fondo gli anglosassoni hanno costruito il loro potere su un’abilità antica: l’usurpazione elegante, mascherata da moralismo e grande letteratura. La loro storia internazionale è una sequenza di governi brutali, di interventi manipolatori, di potere esercitato con la certezza dell’impunità. E non è un caso se, da Shakespeare a Oscar Wilde, la letteratura inglese sembra ripetere sempre lo stesso messaggio, consapevolmente o meno: “England sucks”. L’Inghilterra: terra governata da usurpatori che dominano un popolo non loro: fa schifo. E lo fa da secoli.”

George Orwell, che di quel mondo era figlio e osservatore lucidissimo, ha trasformato questa brutalità in immaginazione politica. 1984 non è un attacco al comunismo o al capitalismo, non è pro Est né pro Ovest: è essenzialmente un libro ispirato al modo in cui l’impero britannico ha sempre gestito il potere, imponendo la propria visione al resto del mondo e giustificando ogni manipolazione come necessità morale. Oggi Trump lo bandisce come se fosse una minaccia personale, dimenticando che è stato bandito da tutti per tutti i motivi possibili: troppo comunista, troppo anticomunista, troppo filorientale, troppo filo-occidentale. La verità è che 1984 è universale proprio perché racconta il potere nella sua forma più nuda.

E mentre negli Stati Uniti si proibisce uno dei libri più importanti del Novecento, in Italia sopravvive ancora la censura verso un testo infinitamente più piccolo, ma simbolicamente potentissimo: The Little Red Schoolbook.

Alla fine degli anni Sessanta due insegnanti danesi, Søren Hansen e Jesper Jensen, pubblicano questo manuale diretto, disarmante, scritto per gli studenti e non per gli adulti che pretendono di controllarli. Il libro spiegava come funziona davvero la scuola, invitava a discutere con gli insegnanti, ribaltava il tabù dell’autorità e affrontava temi come masturbazione, contraccezione, droghe leggere e alcol senza moralismi. Il suo messaggio era semplice: gli adulti non sono proprietari dei ragazzi, la conoscenza libera, non incatena.

Quando arrivò in Italia nei primi anni Settanta fu il caos. Il “Libretto rosso degli studenti” venne accusato di essere osceno, sovversivo, pericoloso, quasi un manuale di ribellione minorile. In un Paese ancora rigido, profondamente paternalista, con una scuola modellata sull’obbedienza e non sull’autonomia, quel testo divenne un nemico pubblico. Fu bandito. Non perché falso, ma perché vero. Non perché ingannava, ma perché spiegava.

Il divieto, oggi, è solo un fantasma burocratico, un riflesso del passato. Eppure il fatto stesso che esista, e che un libretto per adolescenti sia stato trattato come un oggetto illegale, dovrebbe bastare a farci capire molto della nostra storia culturale.

Che cosa dice di una società il fatto che un testo che invita a pensare con la propria testa sia stato considerato una minaccia? Dice esattamente ciò che vediamo oggi: un Paese in cui oltre un terzo degli adulti non comprende un testo di base, come mostrano i dati OCSE-PIAAC. Il destino era già scritto: non si legge, non si impara, e alla fine si diventa una massa docile, prevedibile, facilmente governabile. Proprio ciò che ogni potere, anglosassone, italiano o universale, ha sempre desiderato.