Viaggio verso Roberto e la promessa
26 Dicembre 2025Mi dirigo verso il tempo… Vado a trovare un amico, a salutarlo, ma lui non potrà ricambiare. Così, saluto senza essere ricambiato, risalgo le scale di casa sua per l’ultima volta.
Mi viene da deglutire, tengo duro. Salgo piano, non vorrei arrivare. Si nasce, si vive, si muore… Nulla da inventare, il tutto resta immutato. Il mio amico è lì. In questi giorni, per curiosa ricerca, leggo del linguaggio. Scopro teorie secondo cui la lingua non è appesa, ma dentro di noi; nasce con noi e comincia a parlare come si inizia a respirare. Se così fosse, potrei comunicare con lui.
Mi fermo e lo guardo; lui fissa il soffitto. Non parliamo, ma ci ascoltiamo. Mi chiede se rispetterò il patto, io rispondo: “Ma che scherzi, è cosa seria.” Seria per noi che la vita era divertente, complice, gioiosa, piena di scherzi e di sguardi.
Non so se i linguisti hanno ragione, ma se l’avessero, significherebbe che anche l’amore, l’affetto, l’amicizia potrebbero essere innati dentro di noi, solo da scoprire e vivere. Faccio voli assurdi, ma in fondo, volare è essenziale; l’alternativa è strisciare come vermi nella mediocrità.
Mi dice: “Allora restiamo così?” Sì, amico mio, rimaniamo così… salvo che mi viene un nodo alla gola. “Ho dato la parola”. Mi dicono che non voleva andare via. Lo so bene; era vita addosso, lui non viveva, iperviveva, ipersentiva. Ha visto città dove prima gli altri vedevano solo roccia, centri commerciali dove c’era solo fango, grattacieli dove non cresceva neanche la gramigna raso terra.
C’è stato un tempo in cui gli uomini sfidarono Dio creando cattedrali. Se andate in giro per Latina, Sermoneta, Carpineto, Colleferro, vedrete cattedrali; a Latina ce n’è una alta 120 metri, mentre altri avevano giramenti di testa al secondo piano.
Ecco, rispetto sempre la parola, ma mi dispiace; mi lacera. Sento che i linguisti sanno di più di quanto abbiano scritto: abbiamo dentro di noi una grammatica dell’amicizia, dell’amore, della vita.
Vi chiederete: “Chi è il tuo amico?” Lo chiamavo Iattone, Robertone. Era orgogliosamente di Carpineto, parlava carpinetano ovunque, perché l’uomo ha radici. Accanto a lui, dalla finestra di casa sua, vedemmo il Papa, Giovanni Paolo II, e lui sentiva nel Papa la grandezza del “Papa nostro” Leone XIII. Orgoglio umile, orgoglio di queste montagne che ci fanno sentire “cattivi” per il bisogno di vivere e costruire cattedrali.
Sto salutando Roberto Bianconi.


