Il carcere di Gianni Alemanno
18 Febbraio 2026Gianni Alemanno è in carcere. Non è un mio sodale politico, anzi. Non credo sia una persona pericolosa, eppure è in carcere.
Lo avevano accusato di tutto, quasi di ogni cosa – mancava solo l’accusa di aver ucciso Cristo (ma quella è esclusiva degli ebrei) – e alla fine tutto si è risolto in un “traffico di influenze”. Un reato che, lo ammetto, faccio fatica perfino a definire con precisione. Sta di fatto che è in carcere.
In un’intervista a Piero Sansonetti de L’Unità, alla domanda del giornalista: «Perché non chiede la grazia al Presidente della Repubblica?», ha risposto: «Perché io voglio essere assolto, non graziato».
Assolto, non graziato.
Provate a immaginare la forza di queste parole.
Nella mia vita ho ricevuto accuse, sentenze di verità presunte, scolpite nella pietra. Eppure la grazia – la concessione benevola – non è il riconoscimento del giusto. Non è la verità ristabilita. Non è giustizia.
Il giusto non è fare o pensare male credendolo vero; è riconoscere l’errore umano possibile, che si scontra con la verità.
Alemanno è stato accusato di essere in odore di mafia. Oggi è in carcere per traffico di influenze. Così va il mondo quando si cerca la colpa e si perde di vista la dimensione delle cose.
È puro Alemanno? No.
È mafioso? No.
Forse ha parlato, forse ha esercitato relazioni. Ma non vi era – almeno per come lo vedo – un intento criminale.
Sottile? Forse.
Gianni Alemanno non è un mio sodale politico. Ma non deve stare in carcere.


