Il sionista non chiede terra per carità, ma per diritto.

Il sionista non chiede terra per carità, ma per diritto.

10 Marzo 2026 0 Di Lidano Grassucci

Mi hanno invitato a un convegno sul sionismo, sui sionismi e sull’antisionismo. Il relatore sarà Daniele Garrone, professore alla Facoltà valdese di teologia. Con lui Francesco Vitale.
A me spetta portare i saluti dell’Unione delle Associazioni Italia-Israele, di cui sono vicepresidente. Insomma, un’introduzione di forma. Ma c’è un punto: io sono sionista.
Non sono figlio di Israele. La mia patria è un’altra e un’altra è la mia matria. Ma la mia nazione, l’Italia, è nata con pene non molto diverse da quelle di Israele, quasi a ripetere, nel suo piccolo, le storie delle madri del popolo di Dio. Per questo, in qualche modo, mi sento un poco figlio di questa gente errante.
E la gente errante, nel bisogno di una terra, la possono capire davvero solo i contadini come me. Perché per un contadino la terra è radice, è casa. I contadini odiano il viaggio, odiano non vedere le loro montagne.
Per questo penso che quella terra, la terra di Sion, sia la terra dello Stato di Israele. E penso anche che, se Israele non esistesse, saremmo tutti un po’ meno liberi. Anche noi contadini di qui.
Dalle mie parti gli ebrei sono presenti da quasi duemila anni, fin da circa settant’anni dopo la nascita del Signore dei cristiani, del mio Signore. Da allora abbiamo condiviso, in modi diversi, la stessa fatica: la paura di vivere e il tentativo di vivere comunque al meglio possibile.
Il sionista non chiede terra per carità, ma per diritto. Lo chiede davanti a chi ha sempre avuto bisogno dell’ebreo errante per scaricare su di lui le colpe delle proprie ingiustizie.
L’ebreo che piace a molti è l’ebreo errante, disarmato e pronto a morire quando serve. L’ebreo sionista invece, se necessario, si difende. Vuole piantare ulivi per restare. Vuole vivere.
Ecco perché sono sionista. Ed è giusto che lo sia.
Questo dirò. Senza teologia, senza teoria. Solo per sentirmi libero.