REFERENDUM 22-23 MARZO: NON E’ IL VOTO DI FINE DI MONDO

REFERENDUM 22-23 MARZO: NON E’ IL VOTO DI FINE DI MONDO

21 Marzo 2026 0 Di Davide FacilePenna

Per i sette o otto che leggono le mie facezie e che non fossero informati ricordo che domenica e lunedì si voterà per il Referendum sulla Giustizia (o meglio sull’ordinamento giudiziario). Ammetto di non aver seguito, quasi per niente, la campagna referendaria. Troppo alta e troppo raffinata per un sempliciotto come me. Non ho ascoltato i raffinati appelli dei politici per il SI e per il NO. Non ho seguito le argomentazioni (troppo tecniche e complesse) degli arguti giuristi e pensatori che ne hanno parlato (Briatore, Manuel Agnelli, Elio Germano, Bocelli, Giovanni Storti). Chiedo scusa a chi mi ha girato i video dei predetti intellettuali ma li ho cancellati senza nemmeno aprirli. Ho ascoltato un dibattitto tra due signori che, mi dicono, essere discretamente esperti (Zanon e Azzariti) e sentito i pareri di chi con la giustizia penale ci ha a che fare o avuto a che fare (avvocati, magistrati, imputati). Ho deciso quindi se e cosa votare. Si o No? Che importanza ha? Non ho nulla di intelligente o originale da dire e pure se lo avessi non sarei in grado di convincere nessuno. Del resto non ho mai convinto nessuno e nemmeno mi interessa farlo. Per questo non lo dico il mio voto e non ci tengo a farlo sapere pubblicamente ( a meno che privatamente qualcuno me lo chieda). Sono “un profeta del nulla” come disse Antonio Gramsci di Giacomo Matteotti di cui sono fervente ammiratore. Tra l’altro, essendo uno sfegatato fan del principio della libertà di voto, per me ognuno è liberissimo di esercitare il voto come più gli aggrada. Voto? Non voto? Tutte e due le opzioni sono legittime. Voto di pancia? Voto di cervello? Voto ideologico? Tutte scelte valide (anche se io preferisco quella di cervello) . Solo una considerazione faccio su questo voto referendario, prendendo a spunto le parole del mio costituzionalista di riferimento, il Professor StrangeLove: questo non è un voto “di fine di mondo!”. Come non lo sono stati i voti degli ultimi trent’anni (referenda, elezioni politiche) che ci sono stati presentati sempre come un nuovo 1948. Il 23 marzo ci sveglieremo sempre nella nostra vecchia Italia coi suoi pregi e suoi difetti. Non ci saranno retate di massa dei magistrati sugli elettori del SI se vince il No e nemmeno stupratori e ladri lasciati liberi in circolazione (almeno non più di quelli che già ci stanno). Non sarà la deriva ungherese se vince il SI con la Carta costituzionale fatta a brandelli a Palazzo Chigi. Le inchieste si faranno ancora. Cambierà qualcosa? Si, forse. Ma non subito. Ci vorrà un po’ di tempo per rendere la riforma effettiva con la normativa attuativa. La farà il Parlamento e non è detto sia questo Parlamento in carica a portarla a termine. Non è escluso che si arrivi a regime solo tra due o tre anni, durante i quali la situazione rimane com’è. Se ci si arrivasse, di corsa, prima e male comunque i provvedimenti finirebbero di fronte alla Corte Costituzionale che potrebbe bloccarli riportando la questione al punto di partenza.  Dopo la riforma ci vorranno almeno dieci anni prima che si vedano degli effetti sul sistema giustizia perché magistrati in carica saranno gli “stessi” di “oggi” nati e cresciuti sotto la stessa cultura e logica. Solo in futuro con nuove generazioni di giudici si capirà se il sistema sarà migliore o peggiore. Dovremmo tutti ricordare che c’è una cosa che si chiama “eterogenesi dei fini” ovvero sai dove parti ma non sai dove arrivi. Vale per chi votando No pensa si vada una certa direzione e vale per chi vota SI e pensa si vada in altra direzione. Quindi si vota sull’incognito e sul futuro come del resto sempre quando si prende una decisione. Possiamo votare (relativamente) sereni.