Modesto D’Aprile e il suo reparto
7 Aprile 2026Con il tumore, nella vita, abbiamo qualcosa da spartire tutti. Ciascuno porta dentro un segno di questo male, di questo cancro.
Scrivo perché ho letto della morte di Modesto D’Aprile, primario di oncologia a Latina, al Santa Maria Goretti. Un posto incredibile, dove solo l’umanità ti conforta in una battaglia che rischia sempre di essere l’ultima. Se ne esci, è un miracolo. I medici dicono che se ti salvano è un miracolo e il salvato va a ringraziare il Divino Amore; se perdi, la colpa è del dottore.
Chiedevo a lui le condizioni delle mie persone care. Lui rispondeva sempre con la gentilezza di chi conosce fin troppo bene il mondo, soprattutto nella parte finale. Chi assiste un malato ha bisogno di sapere anche l’impossibile da accettare.
Dentro quel reparto ho visto il dolore del mondo, gli addii lunghi e strazianti, ma ho assistito anche a una scena che non dimenticherò mai. Una mattina, all’ora di colazione, una donna esprimeva una gioia indescrivibile, una gioia mai vista in quel luogo. All’inizio ho pensato che fosse successo qualcosa di grave in quel mondo tragico. Invece il suo bambino, avrà avuto otto anni, aveva mangiato un pezzo di mela dopo giorni che non toccava cibo.
Mi sono affacciato alla porta e lei era in estasi. Piangevano tutti: malati, parenti, doloranti e presenti. Mio padre, che assistevo, mi chiese: «Ma che succede?». Gli raccontai della mamma e del bambino. Sorrise anche lui.
Ecco, questo accadeva dentro le stanze dove lui faceva il primario e teneva conto degli uomini e delle donne che erano lì. Vi confesso che in quel reparto regnava spesso il silenzio, ma fu bello, in un posto così silenzioso, aver assistito al rumore della gioia.
Ti saluto. Io ho raccontato di me, tanti potranno raccontare di loro. Grazie. Non conosco il dopo, vivo il mentre, ricordo il passato. E di te ricordo questo.
Mio padre andò via in fretta e quel giorno faceva freddo, però quel giorno sorrise.


