Latina e la “dittatura” degli architetti

Latina e la “dittatura” degli architetti

22 Aprile 2026 0 Di Lidano Grassucci

Seguo il dibattito su Latina da lustri; ne scrivo dal 1988 e ne ho raccontate tante. Praticamente ogni giorno do voce a un “tiramento”, ma per una volta vorrei provare a mettere in fila questo percorso, in ordine preciso.

​Qui a Latina vige l’egemonia culturale dell’urbanistica e, di conseguenza, il monopolio della culrura degli architetti. In pochi si avventurano nelle storie umane, ancor meno nei simboli non cementizi, per non parlare delle assenze religiose. Roma è Santa Romana Chiesa, è il cinema, è il suo fiume. Roma è il “barcarolo controcorrente”, è la pajata, è Giordano Bruno.

​E Latina? Solo case razionaliste, cinema della memoria, perfezione di strade e palazzi. Direte: “Ma qui non c’è il Tevere”. Vero, ma c’è un lago. Non c’è Giordano Bruno, ma c’è la Mater Matuta, c’è l’Appia, c’è San Tommaso.

​Si difendono i borghi come fossero semplici edifici, ma nessuno ha mai provato a tutelare le lingue di quei borghi, dove un tempo si udivano il friulano, il veneto, l’emiliano; o le parlate degli italiani tornati da Libia e Tunisia con l’accento francese. No, per noi contano solo i muri.

​Una volta, a Latina Fiori, litigai ad alta voce con uno dei pochi amici con cui parlo ancora in dialetto. Mentre discutevamo animatamente, la gente si allontanava: pensavano fossimo rumeni, portoghesi o spagnoli fuggiti da chissà quale tragedia. Non riconoscevano il suono della propria terra, la nostra lingua che non è razionale ma umana e dura.

​Il punto è capire quanto Latina sia diventata diversa da ciò che non era. Nessuno si sognerebbe di rimettere il marmo al Colosseo inveendo contro i Barberini. Renzo Piano, nel rifare il porto di Genova, non ha proposto di ricostruirlo tale e quale a quello della “Superba” Repubblica.

Latina non è un insieme di edifici: è un luogo dove uomini e donne stanno creando un popolo, pur con mille difficoltà. Latina sono le canzoni di Tiziano Ferro e il suo orgoglio di essere nato qui. Latina sono i piani di Leonardo per domare l’acqua e scavare canali che facessero respirare la selva. Latina non è un esperimento urbano, è una città umana; e gli umani i giorni li vivono, non li rivivono.

​Latina è Pasquale Pettinicchio che inventa il bocconcino; è Ciccio Pacifico che intuisce la rivoluzione dell’automobile e del congelatore, creando un supermercato dove parcheggiare, risparmiare e imparare a consumare. Latina è Roberto Bianconi, che sale in alto con i suoi progetti per far vivere la gente ed evitare di devastare il territorio con modeste casette, seppur razionali. È l’ingegner Alessandro Marchetti, che ha fatto volare l’Italia anche quando il tempo era pessimo. È Giuseppe Campiglia, che con i brevetti Catis ha inventato il sistema con cui scaricano quasi tutti i water del mondo.

​Latina è l’uva “Italia” degli esuli di Tunisia, è il kiwi. Mi direte: “E le case?”. Ma nemmeno la Basilica di San Pietro è rimasta uguale a se stessa, né lo sarà mai. Eppure resta la fede di quell’Apostolo che non fu certo il più fedele — per tre volte negò prima dell’alba — ma che seppe cambiare: da pescatore di lago a “Portiere di Dio”.

​Oggi non abbiamo bisogno solo di architetti. Abbiamo bisogno di filosofi, professori di lettere, archivisti, osti. Abbiamo bisogno di storie.

E le città sono le storie: Bologna e Modena sono città con edifici bellissimi, torri come ne vuoi, ma l’ identità è una secchia rapita.