Coldiretti e la dittatura del gusto, nostalgie contadine
24 Maggio 2026La Coldiretti ha fatto il pieno a Latina. Bene, benissimo. Festa eccellente, partecipazione straripante, venduti formaggi e cicoria… ma.
A Sezze, qualche giorno fa, c’è stata l’invasione dei mangiatori di carciofi: il pieno per la sagra… ma.
Sono contadino, e si evince dal mio senso delle cose, e da quella sana diffidenza per le mode tipica di chi segue le stagioni e sa che “pe piove e pe c… mai Cristo prega”. La natura ha il suo corso e la terra è bassa.
La Coldiretti è stata l’intuizione di Paolo Bonomi nella DC della ricostruzione; non è una bancarella. È produrre cibo per chi ha fame — e noi ne abbiamo avuta tanta. Non è mai “biologica”, perché non potremmo mangiare alcunché che non sia stato “vivente”; non può essere “integrata”, perché siamo già tutti integrati nell’universo.
C’è un tempo, questo, in cui la vita collettiva si è ridotta a una fiera intorno al cibo. Stiamo cancellando ogni altra cosa: la politica, i rapporti interpersonali, la conoscenza, la capacità di osservare, la musica. Tutto è mangiare, tutto è ridotto a un unico senso: il gusto. Non la vista, non l’udito, non il tatto, non l’olfatto. Solo il gusto.
Si dice: “Siamo in tanti”. E io rispondo: sì, sono in tanti, ma il contadino non mangia per mangiare, mangia per vivere. Ecco la differenza: il contadino vive, mentre le fiere e le sagre sono solo un grande consumare. Il “vivere”, quello vero, è rimandato a data da destinarsi.
Consentitemi: la Coldiretti non può ridursi a essere solo un mercato coperto.


