Verso la scuola del pensiero unico?
27 Maggio 2026Vi sono nazioni che conquistano con le armi, ed altre che conquistano con la grammatica. Imperi che sorgono dal ferro, ed altri che germinano lentamente nella mente dei fanciulli, insinuandosi non come invasori, ma come maestri, pedagoghi, educatori, funzionari del bene comune. La manipolazione della gioventù non necessita più di manganelli, roghi o divise solenni: essa prospera nella ripetizione liturgica delle medesime formule, nell’eco perpetua d’una sola morale, d’un unico lessico consentito, d’una sola interpretazione del reale elevata a dogma civile.
L’antico dominio si fondava sul controllo delle piazze; quello moderno si fonda sul controllo dell’immaginario. E l’immaginario si forgia nelle aule.
Non v’è nulla di più potente d’un adolescente che crede di pensare liberamente mentre ripete, inconsapevole, concetti ricevuti mille volte da figure differenti ma perfettamente concordi. La vera egemonia non consiste nel convincere mediante la forza, bensì nel rendere impensabile il dissenso. Quando il medesimo paradigma morale ritorna dal docente di storia, da quello di lettere, dal giornale, dalla televisione, dall’università, dal cinema e perfino dalle piattaforme digitali, esso cessa d’apparire ideologia e si trasforma in “normalità”. L’individuo non sente più d’essere persuaso: crede semplicemente che il mondo sia fatto così.
Ed è qui che la questione diviene oscura.
Poiché ottenere una quasi totale uniformità ideologica all’interno del corpo docente non è impresa semplice. Gli uomini differiscono, le idee divergono, le generazioni mutano. Eppure, in taluni ambienti, sembra manifestarsi una sorprendente omogeneità culturale, quasi una selezione naturale che conduce sempre al medesimo approdo politico, morale e filosofico. Troppo spesso il dissidente viene percepito come figura anomala, grezza, sospetta, inadatta alla “sensibilità educativa” dominante.
La domanda allora sorge inevitabile: come si produce una tale uniformità?
Non necessariamente mediante ordini espliciti. I sistemi più raffinati non impongono: filtrano.
Ed ecco apparire il meccanismo più inquietante. Se l’accesso al ruolo docente diviene una traversata estenuante, irta di concorsi interminabili, graduatorie opache, percorsi burocratici quasi sacrali e requisiti mutevoli, allora il sistema smette d’essere mera selezione meritocratica e diviene struttura di controllo sociale implicito. Quando entrare stabilmente nella scuola pubblica si trasforma in privilegio rarissimo, il potere discrezionale di chi valuta cresce smisuratamente. E dove cresce la discrezionalità, inevitabilmente fioriscono conformismo, clientele, affinità ideologiche, obbedienze silenziose.
Non occorre convocare congiure segrete in stanze fumose. È sufficiente creare un ambiente in cui il candidato comprenda, lentamente, quali opinioni risultino premiate e quali invece conducano all’emarginazione professionale. L’essere umano, creatura fragile e desiderosa di sopravvivere, apprende presto il linguaggio della convenienza. Egli lima gli angoli del proprio pensiero, modera le proprie parole, evita certi argomenti, adotta il lessico corretto, aderisce ai codici morali dominanti. Non per convinzione, talvolta, ma per necessità.
Così nasce la classe docente ideologicamente uniforme: non sempre attraverso un complotto organizzato, ma tramite una selezione lenta, culturale, ambientale, quasi organica. Un ecosistema chiuso che tende spontaneamente ad espellere gli anticorpi.
E poiché il docente non forgia soltanto nozioni, ma mentalità, simboli, percezioni del bene e del male, l’effetto finale trascende la politica contingente. Si forma una gioventù educata non a discutere il mondo, ma ad ereditarne passivamente le categorie prestabilite. Il giovane non viene obbligato ad amare una parte: viene educato a considerare impensabile ogni alternativa.
La più grande vittoria d’una propaganda non consiste nel far gridare slogan ai propri sostenitori. Consiste nel far apparire i propri slogan come semplice buonsenso.
Quando una nazione consegna l’educazione ad un corpo culturalmente monolitico, essa non costruisce più cittadini, ma riflessi. Non genera uomini liberi, bensì custodi inconsapevoli d’una medesima ortodossia civile. E allora la scuola, nata per emancipare, rischia lentamente di mutarsi in cattedrale ideologica, ove non si insegna più a pensare, ma soltanto quale pensiero sia degno d’essere pronunciato.


