Benedetto ciao, quanta fretta terribile

Benedetto ciao, quanta fretta terribile

18 Settembre 2026 0 Di Lidano Grassucci

​Se n’è andato Benedetto Passamonti, rapidamente, velocemente.

​Stamane me lo dicono Gianni Molon, Marco Giovannetti e Alessandro Catani: «Sai, è morto il fratello di Massimo…». Infatti Massimo non c’è al solito bar per quella paura prima del giorno nuovo che si consuma al bar Poeta.

​Resto basito, incredulo. Era del 1962, aveva un anno meno di me. Con lui ci si vedeva per strada: spirito acuto, senso critico, tanta ironia e lo sfottò via messaggio su Facebook per questa città e verso il fratello. Sorridente, riservatamente aperto, un’intelligenza vivace. Tra noi accentuavamo il dialetto, che diventava una storia incantata.

​Arrivava, quando andavamo al Mimì di Bruno Perelli, un poco sul tardi, come a raccogliere le cose seminate dalla vita per farne quel canto che accompagna sempre ogni racconto.

​Le persone sono la loro genia. Era lepino, di Norma, e come chi viene da comunità piccole era attento ai particolari della città: guardava le cose accentuando ed esasperando il senso dell’inutile, delle cose mal fatte o sciatte.

​Così vanno le cose della vita, che quando finisce sai bene cosa ti manca se resti. Se n’è andato Benedetto, senza il tempo del respiro. E il respiro è il segno del vivere.

E la città ha perso uno sguardo intelligente e si fa più banale, più sola