Ho fatto il giro di Latina per il giro d’Italia, la poesia che corre

Ho fatto il giro di Latina per il giro d’Italia, la poesia che corre

13 Maggio 2019 0 Di Lidano Grassucci

Dicono “vengono”, poi “eccolo”. Tra i pali nastri rossi e bianchi, annunci del sindaco “arrivano”, poi strade chiuse “le rifacciamo”. Poi ordini e ordinanze, le scuole chiuse. Chi protesta: “mi bloccate”, che poi è lo stesso che dice “qui non succede mai niente, che noia, che barba”. Ed eccolo sto cimitero che è Latina, pieno di ripetizioni, pieno di riti, che pare (dico pare) risorgere: chi aspetta, chi si incazza, ma nessuno resta indifferente, “abbacilito”.

Arriva il giro d’Italia, la maglia rosa, la velocità, le bici.

Due cose nella mia vita mi hanno impressionato: la carica di cavalleria dei carabinieri in piazza di Siena, mi sono sentito così piccolo e solo, la terra tremava; e quando ho visto il giro arrivare tra due ali di folla e il rumore degli ingranaggi delle bici, in sintonia come un coro trionfale dell’Aida mentre il primo “strappa” e gli altri dietro.

Devi avere la testa a punta se vuoi fare il ciclista, devi avere la faccia cispadana se vuoi aspettare la corsa vicino al paracarro sulla provinciale e leggere la fatica, la forza e l’ostinata fatica del gregario, la guida del campione. E… ho dentro chi aspettava Coppi, chi sosteneva Bartali, poi ho seguito Gimondi, Saronni, Pantani, non ho capito Moser con quelle ruote strane, ora aspetto Vincenzo Nibali da Messina. Ma perché? Perché in questo sport, la bici, alla fine conta la fatica, la fatica che hanno i poveri dentro ed i ricchi giocano a tennis e prendono fiato, o fanno, i pensanti, letteratura col football, ma qui devi pedalare. Qui c’è poco da capire, contano i moscerini che hai sui denti.

Quando il giro imboccherà il piano pontino, diritto come le linee che vorremmo nel destino vedrà la velocità che porta indosso negli alberi a frangivento, nelle strade in gara con la rincorsa dell’acqua anche lei spinta dal motore. Poi, poi città che avevano fretta di farsi grandi ed ora grandi si scoprono sole. Poi, poi la strada si alza, non è una montagna è la leggerezza del salire setino tra fichi d’India e mandorli, tra ulivi e il calcare grigio e giù Priverno, con le femmine che fanno la guerra, e al piano fino al mare di Terracina dove finisce il pregare e senti il suono vicino di Spagna, di vulcano.

Come vedete, il giro non è una buca, o un giorno di scuola in più o in meno, è la vita che arriva il resto sono stupidaggini.