Saluto a Luciano Marinelli, la città degli uomini grandi

Saluto a Luciano Marinelli, la città degli uomini grandi

29 Maggio 2019 1 Di Maria Corsetti
Un mondo che se ne va senza lacrime perché il rispetto per una vita che ne ha conosciute tante è più forte del dolore. Non c’è l’ingiustizia di un saluto prematuro, tutto è così reale e ha il sapore dell’irripetibile. Una bella musica jazz confonde i rintocchi delle campane di San Marco, non li fa percepire lenti, un gruppo di ragazzi indossa le magliette della squadra di basket, che un tempo a Latina ha significato Latina stessa.
“Per un senso di comunità, incontro lui che ha giocato a basket ed è bello parlare, incontro te che vieni ai concerti. È bello parlare di qualcosa e lavorare affinché quel qualcosa accada”:  Luciano Marinelli considerava ovvio il suo fare. E se si riconosceva qualche merito, il merito era solo quello di essere riuscito nell’impresa. L’averla pensata e aver pensato di poterla realizzare per lui era un dovere verso la vita. È stato un avvocato che per il caso cercava la soluzione perché una soluzione doveva esserci. È stato l’appassionato di basket che voleva che a basket giocassero tutti, chi era alto un metro e cinquanta e chi era due metri e dieci. È stato l’uomo che, se la strada non c’era provvedeva a tracciarla. È stato l’appassionato di jazz che se il jazz ti piace, chiami i più grandi a suonare nella città dove vivi affinché la città possa ascoltarli. Per me è la telefonata che mi arrivò la sera del 23 aprile del 2006: “vieni che al Jazz club c’è Louis Bacalov, sta provando per il concerto di domani sera, dai vieni che lo intervisti”.  Come spiegare il Latina Jazz club di Piazza Moro, un rifugio nelle domeniche d’inverno quando non desideravi che stare lì, ad ascoltare prima e a chiacchierare dopo perché ad andare via rischi che il concerto non ti rimanga bene dentro.
In un pomeriggio di fine maggio, freddo che maggio proprio non sembra, finisce un mondo. Vedi quei ragazzi ormai intorno ai sessanta e senti i palloni rimbombare dentro quel grande pallone bianco e verde a ridosso di Piazza del Popolo e senti il derby con l’altro pallone nell’arena dell’Opera Balilla, sentì il fischio dell’arbitro che arriva dal Palazzetto e ricordi la domenica mattina, la messa e poi la partita di pallacanestro. È un mondo che non c’è più ma l’importante è che c’è stato ed è stato bello come un sogno che va a finire bene, che non si interrompe, ma svanisce di fronte all’alba che non è più notte e oggi è un giorno diverso da ieri, ma senza ieri non esisterebbe. Ieri l’ultimo saluto a Luicano Marinelli, nella chiesa di San Marco a Latina, ha raccontato mezzo secolo di una città che non ha neanche novant’anni.