Latina, il racconto di Emilio Andreoli e la follia di non riconosce la follia

Latina, il racconto di Emilio Andreoli e la follia di non riconosce la follia

12 Agosto 2019 0 Di Lidano Grassucci

Emilio Andreoli su queste colonne ha raccontato l’episodio di una signora che ha dato in escandescenze in pieno centro di Latina. Un racconto di un fatto avvenuto ed evidente, la signora era di colore.

Ed ecco un dibattito surreale. I buonisti hanno tacciato Emilio di aver raccontato la cosa “perché la donna era di colore”. I cattivisti lo hanno ripreso perché la donna è la prova che il cattivo, e la cattiveria viene da fuori, è importata e noi siamo buoni.

Due miserie in un dibattito solo, perché la follia è umana e non esenta i bianchi, i neri, o i gialli e non ha passaporto ma vive in ogni porto.

Raccontare è dovere, capire no, quello è nella capacità di non aver pregiudizi. Emilio qualche giorno fa ha scritto un bellissimo articolo in ricordo di uno dei casi di cronaca più significativi di Latina, l’omicidio Calzati, la cattiveria era tutta italiana e l’ha raccontata, come era tutto italiano il racconto che portò alla morte di Giuseppe Giuliano sempre scritto da Emilio. E la follia? Ho ricordato il “Mostro di Norma” il ragazzo (al secolo Simone Cassandra) che nell’agosto ’95 uccise tre persone, tra cui un giovane di 11 anni. Una tragedia tutta italiana anche questa, e anche questa raccontata.

Vedete è il lavoro che smentisce i due pregiudizi, perché noi che raccontiamo non siamo né cattivi, né buoni siamo “testimoni del tempo”, per rifarmi ad un bellissimo libro di Enzo Biagi, forse il libro che mi ha fatto amare questo lavoro.

La follia non è aliena è tra noi, la violenza non è aliena è in noi. Latina si sente come asettica e il male è altrove, o ha la cattiva coscienza di dover nascondere: “non si può parlare”.

Ieri una donna di colore ha aggredito delle persone, non era di un altro pianeta, era una persona che viveva qui. Lo ha fatto nello stesso posto un uomo di qui, solo qualche giorno fa, si è tolto la vita e noi lo abbiamo raccontato, perché semplicemente è il nostro lavoro.

Foto: Antonio Ligabue, Leopardo 1955