La fotografia di una ragazza violata

La fotografia di una ragazza violata

14 Settembre 2019 0 Di Lidano Grassucci
La fotografia era di una felicità che era desiderio dell’anima, la vita era ferite cucite da un chirurgo di prima mano, che non sapeva di finezza divina. Si era chiusa nel cassetto destro della sua specchiera, dove “custodiva” la fotografia.
Ora non guardava più davanti lo specchio, ma di lato il tempo sempre lento per la presenza di orchi, sempre breve per un cavallo bianco che la portasse via di là. Non che volesse andare via, ma avrebbe tanto carezzato la cortesia di una considerazione gratuita, che non precedeva l’odio del pegno. I tramonti sul mare ricordano sempre terre marine, e il mare non ha cancelli e l’occhio può spaziare. Lungo, lungo è lo sguardo, larga l’apertura che la costa è solo un punto da dove guardare.
Perché, perché questa storia chiusa, perché non c’è il dono di non pensare per dover di fare, ma per giocare come debbono le bambine, come ricordano le donne, come amano le madri quando sono d’amore e non complici del dolore, dell’affronto che forse anche loro hanno affrontato. Davanti al mare le sfumature di rossi, fino a farlo scomparire questo giorno e la notte non fa paura perché il mare ti accompagna con l’insistenza della risacca.
Quando raccontiamo in automatico non pensiamo all’inautomatico umano. A lei che ora, quando le dicono “bellissima”, ha paura, quando le tendono la mano sente chiusa la via di fuga, quando le spiegano il sole teme le ombre che vede già.
Come cancellata, e la foto è una sagoma, lei che ha diritto ai fiori e ad un abbraccio gentilmente sicuro, silente.