Sezze, la fretta bastarda che ha portato via Sara e la pazienza del sangue

Sezze, la fretta bastarda che ha portato via Sara e la pazienza del sangue

12 Ottobre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Debbo scrivere di sangue, ci penso lungo un viaggio ma breve il viaggio, lungo il pensiero. Il sangue è oggi un padre che si uccide uccidendo prima la moglie e le figlie in Puglia, è la guerra dei turchi che attaccano i curdi è… l’egoismo di chi dice “io ho un sangue migliore del tuo”, “il tuo non ti fa pari a me”.

Debbo scrivere di sangue e chiedo ad un mio amico, Sandro Manzi, ma tu hai donato? Lui mi dice di sì e mi chiede se l’ho fatto io, no non l’ho mai fatto per la vile paura dell’ago che mi fa terrore e vile sono.

Il sangue è la vita stessa e l’incontro è su una storia di vita quella di Sara Panfilio la giovane medico di Sezze scomparsa di recente, a lei è dedicata una giornata al Pacifici De Magistris, con l‘Avis. Una storia di sangue che se ti fermi a pensare e rigiri il “fatto di sangue” che è fine vita in “donare il sangue” che è principio, continuazione di una vita, della vita. Non conoscevo Sara Panfilio, l’ho “incrociata” in ricordi di persone che conoscevo e ho provato a dire di lei le sensazioni che mi avevano mandato.

Il sindaco di Sezze, Sergio Di Raimo, parla di lei eccezionale e lo è nella eccezione che ci fa unici, ma a me piace pensarla normale, una donna normale che facendo con amore la sua vita rende amorevole la vita. Come il sangue che se si versa è finita, se si dona è cominciata. I relatori parlano, gli onori di casa sono della preside Anna Giorgi, ma c’è la Asl, l’ordine dei medici, l’Avis, c’è tanta gente, accalcata quasi. Ci sono i familiari di Sara, c’è un mondo vico, di una Sezze che è generosa, mai fuori le righe che è riconoscersi per condivisione e non dividersi per prepotenze, per differenze.

Era normale Sara, un medico ed è stata martire della vita che gli è finita con una fretta bastarda, qui c’è gente che pensa che quella “fretta bastarda” si possa rallentare in una vita lunga normale, tanto lunga da consentire a ciascuno di non essere un ricordo ma il compagno di strada. Non  riesco a seguire le cose mediche per via della paura dell’ago, per via che non sopporto l’idea stessa di dolore sognando un mondo senza alcun dolore, si avvicina Vincenzo Rosella, Enzino Panara, e mi parla di quell’utopia condivisa di una città con la sua gente felice senza di bisogno e per questo generosa, penso che Sara sarebbe stata lì ad aiutare la vita, non lo conoscevo, non la conoscerò la le utopie sono incredibili per questo perché le immagini e la nostra città futura non era popolato di eroi ma di gente normale.

Sezze è il mio posto del sangue, è stata il posto della mia mente, quello dove ho aperto l’uscio e mi è venuto incontro il primo mondo. Una signora mi ferma, si toglie gli occhiali, mi dice “mi riconosci?”. Non la riconosco, lei insiste “ma davvero”. A volte dimentico le parole, come amnesie di un sapere che non ne vuol più sapere del mio giocare esasperato: stavo nel tuo palazzo sono la nipote di commare Benirde...

Ecco cosa è il sangue è la vita che si ricorda di te, è la vita che ti tiene in vita. Quel sangue che mi hanno donato, come per ciascuno di voi ci sarà qualche anziano donatore, qualche commare Benirde che ha segnato il crescere.

C’era tanta gente intorno a Sara oggi, c’era tanta gente intorno al ricordo di una persona normale che cercava sangue per non far morire e in fondo lei è vivissima in tutto questo, nei flaconi di sangue, nel plasma, nello sguardo di chi vi guarda. E quando a me è capitato di … in tanti mi donarono il loro sangue, ero bambino e non sarei diventato mai uomo, in fondo non le abbiamo mai raccontato le tante Sara che hanno dato vita a bambini che ora sono uomini fatti e si tolgono il capello davanti alla sua eccezionale normalità.

 

Nella foto un momento dell’incontro al Pacifici De Magistris di Sezze (foto Simone Di Giulio)