Latina: l’epigrafe di Olibrio e una morte normale

Latina: l’epigrafe di Olibrio e una morte normale

16 Ottobre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Passo lungo il viale dell’ospedale Santa Maria Goretti di Latina, per via del parcheggio. C’è, lungo la strada, la bacheca dove affiggono gli annunci funebri, il furgone dell’Ifal appoggia e l’autista attacca una epigrafe. Intorno è auto ferme e silenzio, pochi passanti, ragazzi che vanno o vengono da scuola. Sono curioso e ho sempre scritto di morti solo quando erano famosi, o il modi di lasciarci li aveva resi tali. Ma ogni giorno si muore ordinario senza racconti, il defunto si chiama Olibrio, aveva 87 anni.

Sopra il nome c’è, in piccolo, la scritta “professore” e ne danno l’annuncio… Un professore, uno che ha insegnato ad altri, altri che insegnano a loro volta, una catena che non ha più capo. Lo immagino Olibrio alzarsi la mattina, fare il proprio dovere, poi chissà se avrà avuto amici, ora a 87 anni non ne saranno rimasto in tanti. Chissà che occhi aveva, cosa ha visto, cosa è stato il suo dolore, se dolore ha dato e quella volta che mise 5 al quel ragazzo che forse non lo meritava. Oggi lo salutano, a 87 anni gli amici, il mondo se ci sono stati sono altrove e anche lui pensa altrove. Sulla bacheca delle epigrafi è solo, più in la staccato dal niente l’altro nome, un uomo più giovane di tanto 68 anni, si chiamava Silvio, faccia buona che sta per conto suo, ma lui sicuro con ancora tanta gente intorno. Silvio lo piangeranno quelli della rete della comunità, Olibrio lo sentiranno i suoi futuri e tra anni ne sentiranno il peso i nipoti, per quello strano gioco del tempo che non si capiscono mai i figli per innamorarsi dei nipoti.

Un giorno un ragazzo ricorderà del professore che per lui era una caramella di menta, era il ricordo assillante di qualche battaglia sicuramente perduta. Si muore anche se non si è al centro del mondo, se non si è nelle tragedie, ma per il tempo che presenta il conto. Sono l’unico a leggere, passano distratti. Penso di scrivere due righe, non so chi è stato il professore, se era simpatico o no, buono o no, so per certo che è stato e io scrivo due righe perché ancora ci sto. Tempo bigio, sarà per questo che lo scrivo per gli amici che sono andati già.

Diremo forse un giorno: “Ma se stava così bene…
Avrà il marmo con l’ angelo che spezza le catene
coi soldi risparmiati un po’ perché non si sa mai,
un po’ per abitudine: che, son sempre pronti i guai” .
Vedremo visi nuovi, voci dai sorrisi spenti:
“Piacere”, “È mio”, “Son lieto”, “Eravate suoi parenti?”
E a poco a poco andrà via dalla nostra mente piena:
soltanto un’impressione che ricorderemo appena

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