Caporalato e la morte del riscatto

Caporalato e la morte del riscatto

23 Ottobre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Partivano presto la mattina, donne, quasi tutte donne se non tutte. I pulmini erano Fiat 850 pulmino, Volkswagen che ancora non sapevano che sarebbero diventati beat, erano solo “contenitori” di povertà. Erano le braccianti dei caporali, la manodopera di una agricoltura anche più povera di quella di adesso, sicuramente di storie di medesima fatica e sfruttamento di oggi.  Ignazio Silone faceva l’elenco dei poveri, degli ultimi distinguendoli per lingua ma non per discriminazione di fame “fellahin, coolies, peones, mugic, cafoni”.

Io le ho conosciute quelle donne, erano donne di una forza enorme, più dei loro sfruttatori, perché avevano la testardaggine di andare contro tutto, la loro vita era come nata storta, ma sapevano che l’avrebbero rimessa ritta. I figli di quelle donne sono dottori, quelli dei caporali hanno avuto giorni migliori.

La speranza le alimentava in un mondo in cui domani sarebbe stato meglio di oggi, dove tutto era pensato in divenire. Oggi? Oggi tutto è fermo, gli ultimi sono condannati a stare lì, sono 20 anni che i salari non aumentano, che i prezzi calano. La gara non è a migliorare, ma a cercare chi è disposto a lavorare a di meno, per avere prezzi più bassi. Più bassi qui tra noi, o in ogni parte del mondo in cui c’è chi ha più fame. Il caporalato di oggi è disperato quanto quello di ieri era “riscattabile”, ma il nodo è un mondo in cui non conta chi produce ma chi distribuisce, un oligopolio nella domanda che annichilisce il lavoro. Non c’è aumento dei prezzi, non c’è aumento salariale, non c’è incentivo a migliorare, ma corsa a far peggio. il nodo è qui, difficile da sciogliere, si è spostato lo sfruttamento lì dove non ci sono diritti cancellando i diritti dove erano stati conquistati. Pensavamo al riscatto del lavoro, a globalizzare il meglio, abbiamo fatto tutto brutto.

Servirebbe il coraggio dei diritti pensare che i prezzi possano salire perché c’è una domanda che cresce, e non prezzi che scendono in una domanda che muore. Lo sfruttamento sta qui, sta in quei prezzi ridicoli che sono nel banco del supermercato, prezzi agognati da lavoratori che da lustri non sperano di migliorare, non possono migliorare.

Sono stato nei campi con le donne del caporalato, cantavano Romeo Olivieri 

Lauretta mia, bimba adorata,

la serenata te la canta papà.

La voce trema dall’emozione,

questa canzone l’ho fatta per te.

Eri piccola dentro alla culla,

ti cantavo la ninna nanna

e se presto diventerai mamma,

capirai ciò che provo per te.

Ingenua canzone di felicità, di speranza, di ragione per soffrire ora per salvare chi verrà. Ecco cosa non c’è oggi una idea che finirà.

E lo chiamavano turbocapitalismo, iper liberalismo, finanza d’assalto… un modo diverso per dire sfruttamento.