Il setino “tradotto” e la globalizzazione “volgare”

Il setino “tradotto” e la globalizzazione “volgare”

25 Ottobre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Di tanto in tanto torna in auge il problema delle lingue locali, di tanto in tanto leggo il fastidio per le culture madri, come se gli uomini fossero nati per partogenesi, o per clonazione, e non per amore di donna. Una giudice del tribunale di Latina ha chiesto di tradurre in italiano un dialogo in setino , come fosse un’altra lingua, e su questo credo bisognerebbe ragionare non in cerca di giudizi o errori, ma per capire.

Non voglio essere l’esattore della letteratura, non mi interessa neppure fare l’anagrafe degli scritti e degli scrittori. Non è la mia missione, né agisco in nome di un passato paradiso a fronte degli inferi di oggi o delle tragedie di domani. Sono contemporaneo e parlo lingue contemporanee, l’italiano e (negli affetti, nelle amicizie) in setino.

Racconto le cose che capitano ogni giorno in questo posto che il destino mi ha dato in dote. Commento la politica, per passione politica, che poi è l’amore per la città, per le cose pubbliche (di tutti). Per incidente questo lavoro ha a che fare con la memoria, ho aggiunto al commento un piccolo lessico familiare per dire che le cose che capitano oggi hanno senso se ne conosci le ragioni di ieri.

Leggo spesso i commenti allo scrivere in dialetto, una malattia all’origine che solo un Messia in italiano perfetto può mondare. C’è un pensare che la dimensione locale sia una sorta di patologia “nanista”, rispetto al gigantismo globale e giù con parole inglesi usate pure senza proposito.

Essere locali è, per molti dei miei interlocutori, come non essere cresciuti. Questo contesto. Non, escludo, l’idea di chi scrive cosa (siamo un paese libero e ciascuno scrive ciò che crede, come sa). Ho imparato la politica da Machiavelli che ne ha fatto scienza: lui non parlava della politica nel mondo, ma a Firenze. La politica come scienza nasce da una lettura “locale” della vita. Il Principe di Machiavelli è il testo base della scienza della politica, è il momento dell’autonomia dell’arte di governare la città. Dite è Machiavelli che è nano perché fiorentino, che è nano perché scriveva in dialetto.

Il principe è scritto in volgare (lingua popolana, non colta) come il dialetto di Firenze e non nell’allora globale latino. Non confondo Machiavelli con Dante, ma credo che esiste una cultura toscana (italiana) che è dentro il raccontare, il comprendere differente nei generi dello scrivere. Forse qui è il nodo, il globale è la somma di tanti locali. Il globale di per sé non c’è, le lingue nascono dai dialetti e non il contrario.

Non sono, né sarò mai scrittore, non riesco a raccontare prescindendo dall’evento raccontato, credo che esista una identità lepina, pontina, delle terre di lavoro, della papalia, della borbonica. Questo mi interessa, vorrei evitare che si fa la pubblicità sugli itinerari nei Lepini con scritte in inglese, pure maccheronico. Da lepino non mi sento superiore ad uno di New York, ma neppure inferiore. Non scrivo in inglese perché non sono capace e ho il senso del ridicolo, colorisco il mio raccontare in setino perché è la lingua del mio mondo, quando nessuno la userà più sarà finito questo mondo e gli altri non saranno più ricchi, ma noi non ci saremo