IV novembre, una storia di ragazzi italiani e dei borghi dell’agro

IV novembre, una storia di ragazzi italiani e dei borghi dell’agro

3 Novembre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Borgo Carso, Borgo Sabotino, Borgo Grappa… sono nomi di posti, toponimi di cui si è persa la memoria. Perché questi nomi avrebbero una memoria che il 4 novembre di ogni anno dovrebbe tornare a memoria.

La retorica dei governi di destra a Latina ci ha riempito le orecchie con idiozie revisioniste, ma nessuno, dico nessuno ha curato la memoria collettiva della prova evidente che anche da una tragedia immane si può risorgere. Morirono in 700 mila nelle trincee, ragazzi italiani intorno a 20 anni. Intere generazioni cancellate, il resto lo fece la spagnola. Quando a casa nonna doveva dirmi di cose terribili di questo mi diceva: della guerra e della spagnola. Si segnava la fronte a citare i nomi di chi la malattia aveva portato via e chi dalla guerra non era tornato.

E mi spiegava, nonna, da nazionalista (non fascista) la ragione di quei nomi dei nostri posti persi nel piano di Piscinara. Mi raccontava le condizioni di quelle battaglie, la tragedia di quei ragazzi anche nella causa (per lei) giusta.

Mi raccontava di come si partiva e di come non si tornava, di come si sentivano di vittorie e poco di sconfitte, di come da allora in poi dire Caporetto è raccontare di rovina quasi senza speranza. Lei, nonna, mi diceva con rispetto della storia del milite ignoto, perché spesso non avevano dove pregare i mori i pochi vivi. E fecero una tomba per far pregare i vivi di morti “scomparsi” con la stessa velocità di come erano nati. Lo portarono in treno dal fronte a Roma il cadavere di quel ragazzo senza nome, si fermò in ogni stazione anche la più piccola e in ogni stazione, anche la più piccola, fu pianto da madri perse dei figli, accompagnati da padri che si sentirono colpevoli per sempre di non esser morti prima.

Il Carso, Il Sabotino, il Faiti sono cimiteri d’Italia figlio mio, cimiteri di italiani”, tombe d’Italia. Una Italia che, nonna, amava sopra ogni cosa, dirlo oggi è quasi una bestemmia, lei mi insegnò con enfasi

E la bandiera dei tre colori
sempre è stata la più bella,
noi vogliamo sempre quella,
noi vogliam la libertà,
noi vogliamo sempre quella,
noi vogliam la libertà,
la libertà, la libertà!

Era una canzone del 1848 di Cordigliani e Dall’Ongaro, così semplice da dare il senso del sacrificio di tanti ragazzi per questa cosa che oggi pare anche pesante, inutile, ma che ha fatto la differenza tra essere popolo senza Patria, e essere liberi nella propria patria. Racconterei queste storie ai ragazzi di Latina che hanno segnato con la svastica il tetto del liceo classico di Latina, o ai bulli piccoli di Sezze nelle loro inutili spavalderie, o ai tanti ragazzi che non hanno la speranza. 

Metterei sotto la scritta di ciascun borgo di questa terra il numero dei ragazzi morti: Borgo Sabotino, seconda battaglia dell’Isonzo agosto 1916, perdite italiane  6310 caduti, 32.784 feriti e 12.128 dispersi. Così per ricordare che la storia è dura è come la guerra.

Generale la guerra è finita
Il nemico è scappato, è vinto, è battuto
Dietro la collina non c’è più nessuno
Solo aghi di pino e silenzio e funghi
Buoni da mangiare buoni da seccare
Da farci il sugo quando viene Natale
Quando i bambini piangono
E a dormire non ci vogliono andare

Generale, Francesco De Gregori

La guerra è finita se ne hai ricordo, se ne hai la ragione profonda. A Trento a Trieste, a Gorizia quando ci andrete ricordate di questo sangue italiano e oggi, non vi parrà strano, ma quei morti sono vivi.

 

Nella foto una sosta in una stazioni italiana delle spoglie del milite ignoto