IV novembre, non lo chiamate eroe

IV novembre, non lo chiamate eroe

4 Novembre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Pubblico la poesia di Franco Abbenda sul IV novembre, è in lingua setina (traduzioni a seguire per gli italofoni). L’ho fatto perchè è bella e perché il dolore di 700 mila mamme italiane per la prima guerra mondiale si consumò in mille accenti diversi, in mille dolori diversi ma tutte dentro una cosa che ci fa italiani che è questo legame speciale, unico al mondo, tra le madri e i figli. E qui a Sezze, che è una matria, questo legame è ancora più forte, è sconvolgente è animo presente. Qui i bimbi sono “mammocci”, cose della mamma, e lo sono non a termine ma per sempre. Morirono sugli altipiani di Asiago, sulle rive dell’Isonzo, sui monti sopra Trento. Capite perché quando sento blaterare di autonomie, secessioni, distacchi, penso a questa madre che racconta Franco che non ebbe mai il coraggio di guardare il monumento perché era il figlio che non c’era.

Sono cresciuto sotto quella statua, l’ho guardata per ore nel gesto di baciare la bandiera, nell’idea che fosse il monumento più grande e bello del mondo e di storie ne ho sentire e raccontate tante, ma credo sia lui a cui penso quando parlano di guerra e Patria, di cose che non si capiscono e di quanto è dura e ingiusta la Storia, la storia tutta senza eccezioni e chi la descrive asettica e senza lacrime sempre dalla parte giusta un poco ferisce questo soldato.

I ragazzi della Sassari andavano all’assalto, e a morire per l’Italia e il suo Re, gridando “Sardegna” che era la loro madre. Mi immagino ragazzi che hanno pensato in quel salto per sempre a “Sezze”, o fate il paese che volete, per questo mi tolgo il cappello. Il resto lo spiega Franco.

 

L’ha ditto i’ Re, anzi l’ha scritto:

i’ ricordo di chi n’ha mai raddùtto,

degli surdati partiti mammòcci,

teta rimane’ pe’ sempre ΄n gloria.

Tutto i’ paéso ha cacciato i bòcchi pe fa’ i’ monumento piú béglio, ΄

nu fante co’ la bandiera abbassata ΄n meso agl’alberi, drète a Pascibella.

Teneva schitto quiglio di maschio, marìtimo se n’era ito in America.

«Nun si po’ dice no alla Patria, ma’. Che sarà mai ΄ssa guèra ? Arivéngo».

Nun la so’ mai voluta guarda’, quella statua è ΄na spada agli côro.

Diciannov’anni, èssela la croce ΄gli Re.

Era fìglimo, nu’ gli chiamate eroe.

Franco Abbenda

 

Trad in italiano

Lo ha detto il Re, anzi lo ha scritto il ricordo di chi non è mai tornato, dei soldati partiti bambini, deve rimanere gloria per sempre. Tutti i cittadini di Sezze hanno versato i soldi per fare il monumento più bello, un fante con la bandiera abbassata, dietro Porta Pascibella.

Aveva solo lui di figlio maschio, il marito era emigrato in America. “Mamma, mica posso dire di no alla Patria che chiama, sarei vile. Poi cosa sarà mai questa guerra? Torno, vedrai che torno”

Non l’ho mai potuta guardare questa statua, è una spada conficcata nel mio cuore.

Aveva 19 anni, eccola la croce del Re.

Era mio figlio, per favore non chiamatelo eroe.