Quattro amici al mare mosso da tempo fermo e le ragazze di Osaka
23 Novembre 2019Nota di lettura: Qui, voi che leggete, non cercate la notizia, non c’è mica, se non è notizia che 4 amici si incontrano ancora al bar, che sono da bar che indossano come chi risale in bicicletta dopo tempo e tempo e dopo due pedalate impenna e pare non sia mai sceso. 4 amici, il tempo e il mare. Seguiteli, ci sono ancora e questo è quanto. I nomi non importa si potrebbero chiamare Enzo, Lidano, Gianni e Damiano, ma forse manco, non importa.
“Tocca vi”. “Ma addò”. “Stamo a core a maro”. “Co su vento”. “Su, vi”. “Ecco, venco”.
La gente quasi si accalca sulla pista ciclabile tra Latina e il mare, io arranco con la mia vecchia Stilo che regge, nonostante me e i mille guai, sono quasi più di questa gente che va. Ho tempo per me, che strano. Abbiamo fame di tempo, non abbiamo mai la possibilità.
Loro stanno per arrivare, lo stereo mi “sputa” un Eugenio Finardi che ora è tempo, allora ci faceva contemporanei.
Ma no, non voglio essere solo,
non voglio essere solo,
non voglio essere solo mai.
“Certo, ci stiamo ancora”. “Ancora? Be, non se po dice ca non ci semo provato a non starci”. Vero, ci abbiamo provato in velocità, o nel buio smorzato di “stanze da pastiglie trasformate”, o in vie malate.
Guarda il mare, si fa così grande. Starci nel mezzo, ma che dico non è gente da sale quella che abbiamo dentro. Entrano signore stanche di passi lunghi, uomini indaffarati alla modalità giusta di stare in salute. Due ragazze chiedono il permesso di fumare con la sigaretta che fa vapore, dico “fate pure, non ci saremmo accorti mai del vostro fare”.
Ogni cosa per noi ha una frase consumata: “o, su visto saccio n’se fiarano”. Illusi di essere ragazzi, solo datati.
sulla collina delle giovani erbe
mi avvicinavo sempre di più a loro
quasi per istinto
bandiere tenui più sotto il sole
passa un treno o era un temporale
sì, forse lo era.
per salutare in strada
tutti quelli colpiti da stupore.
Chissà come ci vedono queste ragazze, vecchi signori che parlano strano, che ridono di grosso a battute che per gli altri non sono che rumore grosso, in una lingua così vecchia che pare fatta apposta per queste nostalgie. Ma non si vede mica che avevamo sognato cose capovolte e preso di petto il dirotto alla felicità, a stare con le ragazze come noi, a sentirci anche noi belli, ma non buoni.
Eccolo, ora ci copriamo al freddo, ora ci nascondiamo davanti a questo mare incazzato, ma vi assicuro che ci abbiamo provato, poi è andato come è andato, ma nessun rimpianto.
Chi lo avrebbe mai detto, qui nonostante noi, nonostante lo start, nonostante che siamo caduti.
“Lì, ma su caduto addavero”, “i pe parla co isso”. “Ma de che?”: Di Sezze? “ma te ne su ito”. “Sì, me ne su ito” .
“Tocca aradducemo”…. “Ma non ce ne iamo”.
Ma dove andiamo, ma dove vuoi andare, siamo arrivati dove non immaginavamo, arrivati stanchi.
“nì piove”, “Su tu co la bottiglia”.
“Su, non facete assusì tenemo quaci 60 agni”.
E mica li cambi, ciao alla prossima.
La canzone usata nel brano è “Le ragazze di Osaka” di Eugenio Finardi
la foto è il mare di Latina


