Modiano e Segre cittadini di Latina: mi tolgo il cappello davanti a sindaco e Consiglio
28 Novembre 2019Liliana Segre e a Sami Modiano sono di Latina, lo ha deciso oggi, ad unanimità, il consiglio comunale. Loro sono due ebrei italiani sopravvissuti ai lager, sono stati lì per il loro popolo. Ma la loro non è storia di “cattiveria tedesca”, è storia italiana di una Italia che dopo, dopo la sconfitta, si è nascosta dietro il paravento di “brava gente” saltando la complicità col male. Ha senso questa scelta? Ha significato, perché qui si consuma (in questa terra, nostro malgrado) la scusa: si facemmo le leggi razziali, ma anche città nuove. Ecco questa meschinità dobbiamo rimuovere, questa comparazione. Vengo da un paese che nel cimitero ha, accanto alle croci, le stelle di David. Lì, nel cimitero di Sezze, sono, una accanto all’altra, storie di uomini diversi nella fede ma umani della medesima umanità nella morte.
Ebrei italiani che sono qui da oltre 2000 anni, che un giorno decidemmo di “farli diversi”. In questa città ha senso questa cittadinanza, è togliersi il cappello davanti alle vittime di quello che abbiamo (tutti, nessuno escluso) fatto, pensato, poi nascosto. Latina è città non nuova, qui non esistono città nuove abbiamo migliaia di anni di Storia, è città normale. Mandiamo i nostri ragazzi alla sinagoga di Sermoneta, al cimitero ebraico di Sezze raccontiamo ai nostri ragazzi che fummo assassini di un pezzo di noi, raccontando di quanto sono noi i figli di David che ancora portano i cognomi indelebili delle nostre città: Piperno, Terracina, Sonnino, Sermoneta, Cori, Segni. Questa cittadinanza, e mi tolgo io il cappello davanti ai consiglieri comunali di Latina e al sindaco Damiano Coletta, perché hanno avuto il coraggio di capire il dolore da che parte stava e si sono schierati con la libertà.
I nostri ragazzi debbono capire che l’olocausto non è stata cosa loro, di viaggi lontani in terre polacche, tedesche, in terre lontane è storia nostra, storia di casa, storia di famiglia. Storia della nostra famiglia
Giovanni Paolo II andò nel tempio maggiore di Roma in visita e chiamò i figli di Davide “fratelli e sorelle maggiori”. Noi quei fratelli li abbiamo non solo negati, ma cacciati dalla casa comune



Bellissimo articolo. Grazie!
Lalala’ lalala ‘ lalala ‘
La statua agli muro della tera nun ci tata sta’.
Libertà libertà libertà.