I petali di una città che è una rosa, le cose buone che non fanno rumore
21 Dicembre 2019Che rumore assordante, le sirene delle ambulanze, gli elicotteri in alto fanno suoni cadenzati di paure ancestrali, e giudicatori vedono orchi e calpestano fiori. Per tacere delle ambizioni dei troppi io così stupidamente soli in una boria che li offende e per noi mortali è niente.
Ma i fiori? Questa mia città in questa pochezza che si eleva a giudizio universale, ha ancora i fiori? Si i fiori quelli che sono nati con i colori per ingannare le api, per stordire i calabroni e per restare impressi negli occhi dei bambini e dei poeti.
E ci sono rose, qui tra noi, qui vicino. Io vi racconto petalo per petalo, poi alla fine direte voi se il vero è quel rumore o questi colori, questa bellezza che non vogliamo fare fonte di meraviglia.
Ecco, mentre volteggiano venti di tempesta che non capisci dove è il bene e dove è male a Ninfa una città si affaccia su di un lago e qualcuno ha iniziato a curare ferite lontane, ferite profonde, ferite che ci dovevano città morta, ma a maggio è tutta un fiore. La Fondazione Caetani sta “rifacendo” angoli, pezzi, case e chiese, sta tirando fuori la memoria che c’è. E dove è morto un fiore un altro ne nascerà, e non è bello?
C’è un angolo di Latina, nascosto tra case così banali dove in muri poco fini conservano la storia e la memoria di Goffredo Petrassi, uno che musicò un secolo, e qui ragazzi da ogni parte del mondo vengono a migliorare il loro talento da maestri che “destinano” il proprio talento. Ha 50 anni il Campus internazionale di musica, mezzo secolo in cui la terra nuova cresceva coltivando le radici della musica e da quelle faceva boccioli nuovi, non me ne vogliate ma è sogno di un setino come Riccardo Cerocchi, che mi piace pensare ha scoperto il mondo guardandolo dal belvedere di Santa Maria, dalla terra nostra senza ostacoli.
C’è poi un posto che chiamano con sigle strane, CPIA di Latina, ma è un posto dove se non hai potuto, se sei da poco venuto, se… qui nessuno ti chiederà il perché, ma se non sai leggere, scrivere e parlare in italiano loro si mettono a farti capire questa lingua del “sì”, una lingua che non è mai arrivata con una armata, ma sempre con il canto di un soprano, con la poesia di un Dante tradito. E’ la scuola per adulti, pare poco, ma scrivere e parlare è tutto
In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
E’ il prologo di Giovanni, c’è chi insegna a parlare, a leggere, a scrivere a fare di conto. E le eliche del sapere non fanno rumore e non hanno manette, ma il volo della fantasia.
Poi, poi vi racconto una rosa strana fatta di un ragazzo, meglio io l’ho conosciuto ragazzo e lo ero anche io, che racconta su queste colonne le storie di una città che non è stata mai fondata,. ma si è fatta con facce e storie. Lui è Emilio Andreoli, lui ama questo posto senza pretendere amore, senza contropartite, lo ama per amore. E quella storia di Maria Corsetti, di quella Cori che ha per cappello il tempio di Ercole, che regala un ospedale, un ospedale intero, nel dolore non si fa cattiva, ma di maggiore amore si trova vestita. Un ospedale intero a cui da il nome di quel figlio che era ogni amore. Il padiglione Porfiri è un monumento alla madre, alla bellezza, all’amore per lenire la sofferenza.
Infine saluto la gente del mio paese, quella Sezze antica, un poco stanca, un poco lasciata solo quelli che si sono offesi per una statua grande a dominare. Una statua del santo, San Lidano, di cui porto il nome, una statua del santo più discreto che c’è che lì il tributo lo ha già è quel piano che si vede da lì fino al mare e quando l’aria è pulita arriva fino alle isole e pure di più, quel piano che ha fatto cristiano con il verbo e non con la prepotenza di mostrare una forza che qui odiamo anche i re. E, i rivoltosi, chiamateli sardine sardine che vorrebbero non navigare ma guardare, guardare senza dover far fermare gli occhi.
Ecco io ho detto delle rose, 5 petali, ma ce ne sono mille e tre e poi puoi continuare. Ma noi, noi non li sappiamo raccontare.
Nella foto Goffredo Petrassi


