La “confusione” di Natale nel silenzio di giorni tre

La “confusione” di Natale nel silenzio di giorni tre

21 Dicembre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Dicono sia Natale e tutti stampiamo un sorriso che nasconde per giorni tre, il resto che non c’è. Si inizia la sera cercando di evitare la  carne sacrificale, poi si onora facendo conto pari e poi c’è il martire chi si immola. E finisce qui. Si segue il gesto già fatto per rifarlo e non pensare, ed è il vero dono di questo mondo così pieno di rumore per il silenzio meritato di giorni tre.

Mi dicono che questo è il tempo in cui chi sta male sta male di più, non lo so. Io mi ritrovavo solo il 24 mattina che dovevo cominciare a stare con me, poi il 25 quando ti svegli le strade sono vuote, sono addormentate. Non mi piace il brodo, ma i cappelletti sì e li andavo a pescare con metodo come faceva San Pietro nel Lago di Tiberiade, chissà quanta nebbia nei giorni d’inverno e chissà se le acque erano agitate quando c’era vento. Qui la nebbia è il colore del brodo che annebbiava gli occhiali ai commensali e faceva trasudare le bottiglie di un vino che aveva l’anima dell’uva dentro. I cappelletti erano conosciuti a me, aveva aiutato a prepararli, mangiandomene già uno su tre, E prima avevo approfittato del ripieno, quella carne macinata e condita con sale, pepe e grana, mi pareva una cosa sana. Mancava il brodo, ma lì mi ritiravo non amo la gallina e manco il  suo cadavere.

Naturalmente facevo la letterina e la piazzavo sotto il piatto di papà, dichiaravo amore infinito per un regalo che era sempre un poco, ma non mi mancò mai e di questo ringrazio il bambino che mi aiutò.

Mi regalarono due telefoni rossi collegati con un filo, noi non avevamo manco il telefono vero, e in quel gioco mia sorella mi telefonò, io le risposi con aria da uomo di mondo, mascherando il bimbo di paese che ero. Lei mi disse che sentiva bene, io che la linea gracchiava un poco, consumammo tutte le batteria, erano quelle piatte con “lastre” di rame per segnare il bene e il male, il positivo e il negativo. I grandi si “dimenticarono” di noi e noi altrettanto, i cugini volevano “telefonare”, io gli spiegavo “come si fa”. Occhi grandi di invidia, era arrivata la telefonia.

Ora mi mancano i tortellini, di telefonare non posso più. I ricordi, come vedete, vendono da se così come i fatti si accavallavano, senza alcun filo, senza alcun senso. E’ la confusione del nostro vivere, un telefono per gioco, i cappelletti per sentirsi un poco re anche a mangiare e storie di santi nei laghi. Ma per giorni tre il resto non c’è.