Storia banale di pane e vino con un orso, così ho iniziato a mangiare

Storia banale di pane e vino con un orso, così ho iniziato a mangiare

30 Dicembre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Assaggia, poco, poco. Prova, prova, poco poco. Mica mi fidavo, i sapori erano difesa mia, chissà se ha qualche segno questa cosa mia. Gela, gela, gelerà fino a domani...

“Ha ferato i notte”. Era bianca la mattina presto questa prateria in miniatura, questo piano che sai che finisce in mare. Provavano a darmi sapori diversi, dai assaggia. Io niente come se non volessi mangiare, come se questa cosa non contava niente. Era allarme: deve mangiare, deve mangiare. Ma come fare? Deve mangiare. Non c’è verso, non c’è verso. 

Assaggia poco poco.

Il fatto si faceva grave, anche il medico la vedeva male.

Mio nonno venne in soccorso, inaspettato. Non era uno che badava alle cose, era come il gelo del mattino, era contadino. Vedeva la morte e la vita nello stesso quadro, sapeva della fine perché sapeva l’inizio, il mentre, la corsa e il temporale che non ordini mai, come la secca mai prevista e l’alluvione non prenotata.

Si chinò a me, prese un pezzo di pane che era “fermo” lì da un poco, lo tuffò nel suo vino che stava fermo nel bicchiere e fece tenere mani che tenere non potevano essere per fatica, per costituzione. Su, su, prova assaggia. L’ho guardato dal basso in alto, lui sapeva di buono e puzzava delle stesso vino e di tabacco. Dai, o non  ce la fai. e non si è accorto che mi ero accorto che piangeva.

A fare che? A fare che? 

Mi rispose “a stare co me”.

A stare con me,.

La bocca non si voleva aprire, lui mi fece sentire l’aroma del suo vino poi, mi bagnò le labbra e “ora senti con la lingua, senti il sapore?”. Sentivo come di aspro, come di zucchero andato altrove, come l’odore che aveva addosso. La bocca non era più serrata e diedi il primo morso ad un boccone di pane immerso nel vino.

Lui mi mise la mano sulla spalla, come fossimo compari e non  generazioni, mi alzo che pesavo così poco e mi mise sulle ginocchia. Le donne di casa guardavano come se fosse successo qualcosa che non poteva, con quell’uomo più orso che cristiano, uomo che pareva nel cipiglio la bestia di Notre Dame.

Carne scura di sole, stracotta di sole, e di amore sapeva poco o niente, anzi forse per lui cosa assente.

Un boccone io, uno lui, un poco di vino e il pane. Poi, poi continuavo a mangiare giocando con i bottoni della camicia di fustagno, ogni tanto muoveva la gamba per giocare a fare il cavallo in una corsa per due anime già perse, una all’inizio una che stava per salutare, due lati del medesimo spettacolo: un attore ad entrare, uno ad andare. Un falso cavalcare di chi già era destinato a restare.

Mangiai una fetta grande di pane, il vino era un aroma, ma faceva ridere e poi prese una ciambella al vino, con lo zucchero sopra la spezzo quasi a perfetta metà e la mangiammo insieme.

Da quel giorno mangio, quel giorno ho avuto pane e vino e sono guarito. Lui non c’è più da tempo, tanto tempo che quello diviso è un flash sul lungo giorno della mia vita, di lui ho questo ricordo e ancora mi lego le scarpe uguale uguale a come mi ha insegnato.

Non vuol dire nulla questa storia, ma niente, solo che per esistere ci vuole  pane e vino. Ma vi assicuro che ho visto piangere un orso, ho visto l’amore di cui è capace un lupo.

Quella notte “aveva ferato”.