La “femminuccia” di Zamamma, Sezze che riappare “A raccolle i vento”
14 Gennaio 2020A raccogliere il vento, che e’ espressione nella lingua del “si” per dire fare una cosa inutile, che non ha ritorno, e’ perdere il tempo ma per seguirlo.
Dove va a finire il vento? In setino è “A raccolle i vento”, che e’ meno dolce sicuramente, ma questa non è la lingua del si’, neanche dell’oil, o d’oc è la lingua del “m’be”. Del consentire che deve contenere il bene, ma n’è beno.
Ma il senso non è, come in italiano, fare una cosa inutile, che si esaurisce il se stessa, ma è sapere dove “mettere il vento” dopo averlo raccolto, è metterlo nella valle dove sono i ricordi, le memorie dove il vento “secca” la vita, la mummifica, la tiene disponibile per quando serve.
“A raccolle i vento” è la raccolta di poesie di Franco Abbenda, è scritto nella lingua del “m’be”, è difficile scrivere in una lingua solo parlata (per comodità useremo il termine dialetto), è difficile leggerla, è difficile spiegarla. Per me il dialetto è lingua amorevole di affetti, l’italiano è lingua ponte al mondo, lingua per l’estero. Il dialetto è quel posto dove conservo il vento raccolto.
Le poesie di Zamamma, che non è un’altra persona da Franco ma è la persona che ha scritto queste poesie, sono racconti brevi, flash. Il termine liriche, per definirle, non va bene perché la nostra “lingua” non è mai dolce, è lingua contadina, lingua che l’amore lo devi leggere sempre se sai il dolore, la fatica, la difficoltà di campare, altrimenti restano suoni.
Qui, e nelle fotopoesie di Zamamma si “vedono”, le strade sono “strette”, le strade sono scale come scale sante pubbliche di colpe mai espiate perché la colpa è “lo campà”. in queste poesie c’è una “femminuccia”, un fantasma che fa capolino ogni tanto, di cui hai paura quando le strette sembra che si “riducano” per quei muri che si stringono, quasi ad abbracciare (o soffocare?), luce fioca e umido, da mantella, e lei è lì, la femminuccia, che è Sezze stessa, matria indescrivibile, spesso illeggibile che sta e non la vedi, ma senti.
Difficile scrivere in lingua setina, perchè i suoni sono “del paese” ma anche “delle famiglie”, anche “degli amici”, anche “delle osterie” (quando c’erano), lingua che sfuma.
La lingua setina è unica nella sua durezza con mille sfumature di dolcezza.
Le poesie di Zamamma vanno lette almeno tre volte, la prima ti viene in italiano, la seconda si perde qualche parola, alla terza vedi la femminuccia, ti vedi, ti riscopri.
Una lingua fantasma quasi, come lo spirito femminino di questo incredibile posto. Dove la gente normale si fa Giuseppe e Maria, dove senti odori di Giudea a mangiare carciofi e i sughi di maiale cristiano.
Franco, e qui l’autore va preso per ragione, vuole testimoniare, ma Zamamma vuole carezzare i ricordi, vuole sentirseli.
e “a chiappà per culo
chi mi capita a tiro
e se crede ‘mportante…
puro più ssai di mì”
Mio padre mi insegno la tragedia degli illusi, di quelli che si vedevano campioni ed erano solo coglioni, Zamamma pare Zorro co na botta lesta segna i petto degli illusi. Sezze è qui, questa capacità di dire che “se è papa quisso e papa puro maritemo”
Difficile scrivere in una lingua parlata, difficile scrivere in una lingua che ha bisogno di “sgregne” (mimica facciale) per capire il senso di un amore, di un dolore, di un ricordo, di una presa per il culo.
Il libro è pieno di citazioni, è colto, è sottile.
La sera di Venerdì Santo
a Sezze, antica tradizione,
i popolo diventa attoro
pe’ palcoscenico le strette”
E’ setino che non è la lingua delle barzellette, dei personaggi alla Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, ma la lingua dell’anina, della femminuccia.
Franco Abbenda “A raccolle i vento”



