Foibe, ricordare non appropriare. Latina fu generosa e la storia di Maria

Foibe, ricordare non appropriare. Latina fu generosa e la storia di Maria

10 Febbraio 2020 0 Di Lidano Grassucci

La Storia è fatta di storie, l’una legata all’altra se cerchi la tua storia ti perdi come un bimbo in una foresta. La storia non è dispensatrice di torti o ragioni ma è bisognosa di sofferenze. 300 mila italiani d’Istria e di Dalmazia pagarono un prezzo enorme, ingiusto, alla storia, le foibe sono state la tragedia nella tragedia. Rimuoverlo non si può, non si deve, ma non fu tragedia di parte, ma tragedia italiana, una pulizia etnica.

Gli esuli furono accolti con fischi in Italia loro che venivano dall‘Italia da italiani, ma non a casa mia: Latina in questa  tragedia usci a testa alta, fu accogliente, fu solidale, fu rifugio. Lo dobbiamo rivendicare, c’era un bisogno umano che aveva bisogno di umana generosità. Qui, in queste terre, da millenni non chiedono mai “perché sei qui”, ma dividono sempre il pane che c’è, anche quando è poco.

Emilio Andreoli ha fatto su queste colonne un bellissimo articolo che parla di Villaggio Trieste. di quello che fu un respiro, nella fuga da un terrore cupo e guardate qui non eravamo ricchi, o senza pianto, ma avevamo conosciuto il dolore e lo riconoscemmo quando venne negli occhi degli esuli. Rivendico la generosità, perché è eroismo umano. Tanti anni fa intervistai, lavoravo a Latina Oggi, Ottavio Sicconi, un uomo alto, calmissimo, sempre nella sua libreria. Una intervista lunga, allora politicamente scorretta per l’idiozia di vedere sempre il male nel mio avversario che si fa nemico e la bontà nella mia parte senza se e senza ma. La frase che mi colpì fu il ricordo delle campane: “Da Pola a mezzogiorno certi giorni si sentivano i rintocchi del campanile di San Marco a Venezia“. I suoi occhi erano bagnati, ricordo quella frase perché dentro ciascuno di noi c’è una Itaca dove vorremmo ritornare e un viaggio che non ce lo fa fare.

Come mi fa tristezza il racconto di ignoranti turisti italiani che si stupiscono di Dubrovnik e mentre la magnificano io dico: “ma parli di Ragusa?” e loro subito: “ma quella sta in Sicilia”. Ogni volta penso ai rintocchi di San Marco, a Sicconi a mezzogiorno e a come da Pola si sentiva, da come le mura di Ragusa sono veneziane, italiane, umane.

Un popolo che dimentica si troverà chi ripresenterà il conto

LA STORIA DI MARIA: La dalmata setina

Era premurosa. Vero, un poco spigolosa nei lineamenti, con  gli occhiali e attaccata al marito che lo trattava come un sultano. Il marito un signore rigorosissimo, sempre zitto, per quanto lei parlava tanto, in un italiano senza accento.

Era amica di mia madre a Sezze, mamma faceva la sarta e casa era sempre piena di gente, per noi era “la signora Maria”. Poi, dopo tanti anni, mamma mi racconto la sua storia. Era croata, di Spalato, ed il marito era un ufficiale italiano di cui si era innamorata e lo aveva seguito quando… Quando la storia vide mostruoso che un italiano ed una croata… Come altri mostri… E lei fuggì. Si ci fu anche un “esodo d’amore”, ci fu anche in quel mare di odio e di sangue chi ha amato e scelto non le ragioni, non il sangue (anche quello versato).

Non hanno avuto figli, un giorno a casa loro vidi su un mobile del salotto, preciso e curato, la foto di Spalato: era bella sul mare, per me che abitavo alle Piagge Marine che, a differenza del nome, erano confine al mare verde del piano. Lui, leggeva sempre, tirava fuori poche parole, a dirlo ora che era nella storia gli farei torto, era solo un uomo buono che era amato amando, e questo lo rendeva fortunato. Naturalmente di esodo io non ne parlavo, era socialista e rivoluzionario. Ed un certo imbarazzo, in questa storia che mischiava buoni e cattivi, c’era.

Ma la signora Maria la ritrovai in un libro bellissimo “Esilio” di Enzo Bettiza (un grande editorialista de La Stampa) che parlava di Spalato. Della sua educazione, delle tate croate di campagna che crescevano i bimbi italiani delle città che parlavano una lingua incredibile che era ogni lingua. La lingua che è ogni lingua delle città che stanno davanti al mare.

Il più bel discorso di amore per Venezia, il giuramento di Perasto, fu pronunciato da Giuseppe Viscovich a Perasto nel 1797, in serbo croato.

E’ stata una tragedia immane, uno tragedia senza fine. Ma anche nelle tragedie c’è chi ama. Anche la signora Maria è stata condannata all’esodo. Ma lei aveva la speranza, i carnefici l’odio. Ha vinto la signora Maria.

A mezzodì a Pola in Istria senti il tocco delle campane di Venezia.