Mi so scordato i maritozzo, il primo incontro col superfluo
18 Febbraio 2020Non lo so perché ma ci sono cose che ritornano improvvisamente, un bisogno di sapori in una società dove tutto “è delicato”, e tutto “impiattato” quanto sempre meno. Rivengono i sapori che sapevano, vengono le sensazioni che avevano senso. Un mio amico mi fa… “ma i maritozzo?”. “Su scritto delle pastarelle, delle carcioffole, ma i maritozzo?”.
Mi so scordato degli maritozzo, che non è un marito rotondetto, ma un dolce del mattino. E la testa va, ma mica so dove arriverà.
Il maritozzo, era sinonimo di cosa buona, era la possibilità che il pane ed il vino della sopravvivenza diventasse un lusso al piacere del superfluo. Il maritozzo fu il mio primo superfluo. Era come Lucifero, la stella del mattino, era capace di annunciare una bella giornata e profumava di lievito e arancia di zucchero.
Il maritozzo era una barca che non avrebbe mai visto mare, ma sarebbe stata mangiata dall’oceano del bisogno di scoprire che eravamo noi, noi bimbi tanti del baby boom degli anni ’60, di un Italia piena di figli e di sapori.
Farina, uova, miele, burro e sale poi ci poteva stare anche l’uva passa e l’aroma di arancio. Me lo comperava nonna o papà che poi restavano a guardare mentre lo mangiavo. Questa era la cosa strana: come se a noi bambini avessero dato una ostia ed il mangiare era il pregare, una iniziazione laica ad una dolcezza non sfrontata come la zuppa inglese, non “esotica” come la pasta di visciole o quella di mandorla, ma un pane di diversa fattura, una creatura per i bambini che erano al mattino del vivere.
Non eravamo degli ercolini, assomigliavamo più a delle radiografie sempre bisognosi di “integratori”, di “qualcosa che ci desse forza” e si arrivava alla Ferrochina Bisleri, al vov, all’uovo sbattuto con il Marsala. Siamo stati condannati all’alcolismo bambino, e il maritozzo stava in questa dieta. Ti riempiva la bocca, era soffice la pasta, aromatico, era un viaggio. Nonna e papà mi guardavano come ad aspettarsi uno strano grazie per il regalo che era la voracità di mangiarne uno per sognarsene altri cento.
Tanti anni dopo ci rincontrammo, io e il maritozzo, a Roma. Fu un saluto ad un vecchio amico che non vedevo da anni, sopra una spruzzata di zucchero “sciolto” e dentro c’era la panna bianca. Chiesi al barista timido: ma ne posso avere uno. Lui, il barista, aveva la mia stessa età e mi capì per condivisione di ricordi di gliottinizia. L’ho mangiato come faceva Gianni Brera con l’ultima forma di formaggio lodigiano, era morto l’ultimo casaro che lo sapeva fare, e un altra forma non l’avrebbe mai più avuto e il grande giornalista piangeva pensando a quando sarebbe finita. Così morsi il maritozzo, un morso dopo l’altro volevo andare piano, poi mi ricordai tutti i sapori e ripresi la velocità che hanno i bimbi a mangiare il dolce, che la vita da uomini sarà amara.
Non ci siamo incontrati più, io e il maritozzo ora nei banconi dei bar c’è tutto un “senza”, senza zucchero, senza burro, senza lattosio, senza glutine, senza… ecco senza amore, tutto senza amore. Il maritozzo era con amore, il mio maritozzo finiva che con la testa mi poggiano al fianco di nonna attaccato allo scialle e lei mi carezzava la testa con l’orgoglio di avermi fatto assaggiare il superfluo.


