Sezze, la guerra dei biscotti (d’ova) e la corona della pace
29 Febbraio 2020Questo articolo nasce inizialmente a mano cioè scritto con penna su carta manualmente come si faceva un tempo per la prima bozza, necessaria per trovare la tessitura giusta del pezzo finale ed ecco che mi viene da pensare alla manualita’ richiesta per fare non solo I dolci setini, ma anche I lavori di ricamo,sartoria, della lana, intrecci di vimini, calzolaio, maniscalco e falegname richiesta agli artigiani di Sezze che con abilità e pazienza realizzavano piccole opere d’arte e tra queste anche quella di fare per la Domenica delle Palme, la Corona di intrecci di Ulivo come da tradizione.
Mio nonno paterno Enrico Berardi nato a Sezze nel lontano 11 luglio 1911 riusciva a farla bene, nonostante non fosse uomo di grande manualita’ artistica, come invece mio padre Renato, detto “Ginello“.
Della Corona di intrecci fatti prima tra le foglie d’ulivo e poi tra i tre rami a formare un cuore a corona chiuso da un fiocco, il nonno era maestro.La Corona arrivava ogni anno a casa, puntualmente la Domenica delle Palme alle 10 prima che andassimo a messa per farla benedire.
Per il nonno portare la Corona significava iniziarci pian piano alla pace lo deduco solo ora pensando al suo perpetuo rituale a fronte, del caos mondiale di questi mesi per il Corona Virus da una parte e dall’altra la guerra locale per l’unicità della crostatina di visciole tra I vicini paesi Sezze e Bassiano. A quel tempo, nel ’75, la Corona di Ulivo del nonno non la pensavo come simbolo di pace,ma come segno d’inizio dei tanti rituali della Pasqua Setina tra cui i colori dei mantelli rossi dei soldati romani e il blu cobalto di quello del Gesu’ “della processione”(Sacra Rappresentazione ideata dall’avvocato Filiberto Gligli a Sezze nel 1933) e di questa ancora, i rumori del tamburo che tutt’oggi tiene il ritmo della marcia dei soldati con la voce allora, del fu Antonio Rosella detto “Pio IX” nella parte del Centurione Romano a cavallo che urlava “Siste!”; il suono delle campane delle tante chiese dei rioni e il sapore e l’odore espansi nei vicoli tra un forno all’altro dei dolci setini, in particolare quello dei “biscotti d’ova“.
Per mio nonno, reduce dalla Guerra del’ 45 nella cui aveva fatto la campagna d‘Africa, Albania e Grecia con la prigionia nei campi di concentramento in Germania, questa era da dimenticare come anche alcuni soldati italiani che in Africa infilzavano le donne incinte con la baionetta o i nazisti che bastava corrompere con buoni soldi per non farsi ammazzare mentre, fiero era di suo cugino, in quel di Bassiano, Porcelli Cesare classe 1911 che torno’ a casa con medaglia d’oro al valore per aver adempiuto alla missione affidategli.
Nonno “Richetto Cacavasso” cosi veniva chiamato in paese, non perche’fosse mio nonno era un soldato fidato ed efficente sulle moto e sui mezzi di trasporto tanto da avere il compito di portare le missive tra un fronte e l’altro fino a quando in Grecia per una sua febbre debilitante gli venne chiesto un suo sostituto, altrettanto coraggioso e fidato che lui indico’, in accordo con lo stesso, in suo cugino, mentre Il nonno torno’ a Sezze a piedi scalzo e sordo dopo un lungo cammino dalla campo di prigionia tedesco nel 1943.
Noi bambini invece di quella guerra che il nonno non ci raccontava mai ne facevamo maestria nella lotta per la conquista del “biscotto d’ova” che per farlo come mi indicava un anziana di Sezze ” cì vuolo l’ova, la farina quanta se ne tira e la “mmidìcina” e gli sù fàttuo” io che su quel biscotto nutrivo sentimenti di conquista durante le mie Sante Pasque risposi: “ma che significa la medicina?” “Nsè vai alla farmacia a Sant’ Andrea cì dìci che te serûe la mmidìcina pè gli biscotto d’ova, issi gia’lo saô e te la daô” e come ai tempi della fanciullezza non sapevo della violenza della guerra del nonno cosi in eta’ adulta non ho mai capito davvero cosa ci volesse per fare un vero biscotto d’uova alla sezzese per la cui forma gia’viene richiesta grande manualita’ come per gli ingredienti grande esperienza, ma una cosa ho capito, mentre il nonno era per la pace, noi a casa eravamo per la guerra, quella che si scatenava ogni volta con mio fratello (Enrico Berardi) mio padre e mio zio Silvio, per l’ultimo “biscotto d’ova” rimasto perche’ non c’e’ risultato piu’gradevole dopo una grande battaglia afferare la cosa conquistata e riuscire a fare quel che avevi previsto, affogare l’ultimo biscotto secco nel latte e caffe’ bollente e morso, dopo morso sentire la durezza diventare tenerezza, il rumore della croccantezza diventare armonia di suoni tanto da raggiungere la pace dei sensi e sembrare di sentire suonare a festa le campane della Cattedrale di ” Santa Maria” per la resurrezione del Cristo


