Covid 19 e la malattia della speranza di uno sfigato ostinato
8 Marzo 2020Mi dicono, in questo disastro, che sono ottimista. Che cerco ragioni e non seguo le sensazioni, che rido anche ora, anche ora.
Mi trovai, la vita ti porta a fare cose che non vorresti, ad assistere un mio “vicino” che stava male, molto male. Io mica sapevo dirglielo e mi inventavo cose che raccontavano la speranza, una speranza forse (anzi sicuramente) impossibile, ma questo sono.
Lui un giorno, non era sciocco e capiva bene il mio metodo, sorridendo mi disse: “tu mi prendi in giro, io sto morendo”. Mi sentivo un verme ( ma no, non riesco a non sperare) e gli ho risposto: “beh, se è per questo anche io”.
Era intelligente e si mise a ridere della mia ovvietà, però io dentro stavo morendo veramente. Ma non posso non sperare, quando sono nato in pochi avrebbero scommesso sulla mia vita, nessuno su una vita buona, eppure sono qua. Poi i guai sono stati mille e uno, e ogni cosa mi è toccata dalla malattia, agli incidenti, agli accidenti, a scelte sbagliate (ma fatte a mestiere) e qualche difetto d’origine come si conviene. Ma sono qua. Pensateci non è storia mia è storia di ciascuno di voi, noi.
Mia madre fece dei miei guai una malattia, e forse sto qui più per la sua testarda determinazione che per possibilità. Ma è andata, e ogni giorno è un incredibile dono, come l’acrobata sulla fune tesa.
Quelli sotto hanno paura non rischiando niente, lei li su ha speranza rischiando tutto. Sono ottimista che nonostante il mondo, nonostante me, sono qui a scrivere di una paura che è forte, e come non potrebbe, ma ho imparato a ridere, a riderne. Rido di ogni cosa e quando sarà cosa mi troverà sorridente di paura estrema, e la signora troverà incredibile tanta sciatteria, tanto ardire e ci rimarrà male di non vedere nel mio volto la paura della mia anima.
Sono ottimista perché se non lo fossi stato non sarei semplicemente stato. Arriverà il virus? Forse sì, forse no, ma la beffa è fargli capire che prima, prima di lui, mica non ho fatto quel che sentivo, provavo, ho vissuto e sono sereno, del dono di oggi, “di doman non v’è certezza”.
Mio Zio Bepi faceva l’allevatore, si informava di ogni cosa del mondo, seguiva anche il tempo del calendario: ma ogni mattina alle 4 si alzava e andava a governare le vacche. Guerra, virus, terrorismo, cattiverie o bontà del mondo, lui si alzava e andava a mungere le vacche. Freddo, caldo, si alzava e andava. Non poteva star male e non stava male. Ogni mattina, come il sole che sorgeva. Si vedeva Lucifero, la stella del mattino, poi lui quando era ancora notte fonda, o quando si cominciava a vedere. Lui e Lucifero ogni mattina. Sarà per questo che penso a domani mattina, a quell’appuntamento con Lucifero fino a quando uomo sarà sotto questo cielo.
Bisanzio forse non è mai esistita
e ancora ignoro e un’ altra notte è andata,
Lucifero è già sorto, e si alza un po’ di vento,
c’è freddo sulla torre o è l’ età mia malata,
confondo vita e morte e non so chi è passata…
mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento
Francesco Guccini, Bisanzio
PS: e sono anche certo di cosa morirò al tempo che mi tocca, di morte come ogni vivente. E la differenza non è nel finale, che è sempre banale, ma nella trama che è comunque eccezionale.


